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“Vicini”, di Anton Cechov

Un piccolo proprietario, Petr Michajlyc, vede sconvolta la sua tranquilla monotonia familiare dalla fuga della sorella, andata a vivere con un vicino, Vlasic, già sposato e ora rimasto solo e povero. Inizialmente sembrerebbe una vicenda di seduzione, cui dovrebbe far seguito una vendetta. E infatti Petr si sente in dovere di fare qualcosa, avvertendo anche il malcelato disprezzo di chi lo circonda. In realtà, quando sale a cavallo per recarsi nella proprietà del vicino, non sa bene cosa farà, e il fattore che lo spinge a muoversi è soprattutto il fastidio procuratogli dalle reazioni sdegnate e scomposte della madre.

Ma nella scena successiva non assistiamo affatto ad un alterco, tanto meno a spargimenti di sangue. Scopriamo che i due sono molto simili, legati persino da un certo affetto, e Vlasic non corrisponde affatto alla figura standard del bieco seduttore; è piuttosto un inetto (come del resto lo stesso Petr Michajlyc), un idealista inconcludente che si illude di aver dato dimostrazione di superiore generosità, mentre invece con le sue scelte ha solo sprecato la sua vita. D’altronde, se può facilmente irritare con le sue illusioni, risulta assai difficile odiarlo, anzi, tra sé e sé, Petr riconosce di avere dell’affetto per lui.

Ma il mondo in cui vivono questi personaggi sembra avvolgerli in un’atmosfera dominata dall’inerzia, che vanifica ogni slancio vitale, anche quello dei sentimenti. Il racconto si conclude infatti con l’amara consapevolezza che si fa strada nel protagonista: l’amore tra Vlasic e Zina, sua sorella, sarà infelice, soprattutto perché nato da un capriccio della ragazza, intelligente e volitiva, ma che non ha però altro modo di esprimere il suo bisogno di indipendenza e di affermazione che con un colpo di testa di cui certamente si pentirà presto.

La scena finale risulta quanto mai lugubre e malinconica: si è ormai fatto buio, sul paesaggio grava una cappa opprimente di calura cui si accompagnano gli echi di un temporale lontano, e tutto, particolarmente uno specchio d’acqua da costeggiare verso la fine del breve tragitto, suggerisce a Petr amare riflessioni: “ Petr Michajlyc camminava lungo la riva del laghetto e triste guardava l’acqua e, ripensando alla propria vita, si convinceva che finora aveva detto e fatto quello che non pensava, e gli uomini lo avevano ricambiato allo stesso modo, e per questo tutta la sua vita ora gli sembrava buia quanto quest’acqua nella quale si rifletteva il cielo notturno e si intrecciavano le alghe. E gli sembrava che non ci fosse niente da fare”.

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