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Rosso Fiorentino ed una Deposizione che non si dimentica

“Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli sbattimenti interrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo erano come i singhiozzi dell′anima percossa. Gli uomini su gli scalèi erano come presi nella violenza d′un vento fatale. La forza s′agitava nei loro muscoli come un′angoscia. In quel corpo, ch′eglino traevano giù dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giuseppe d′Arimatea aveva comprata la sindone, invano Nicodemo aveva recata la miscela di mirra e d′aloe. Già il vento della Resurrezione soffiava intorno al legno sublime. Ma tutta l′ombra era in basso, tutta l′ombra sepolcrale era sopra una sola carne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre che aveva portato il frutto di dolore. « La luce m′è sparita» aveva detto ella nell′antico lamento. Fra Maria di Cleopa e Salome, tra le due femmine ignare e caduche, ella era già come un lembo della notte eterna”.

Così in uno degli ultimi suoi romanzi, “Forse che sì, forse che no”, Gabriele D’Annunzio descrive la Deposizione di Rosso Fiorentino che si può vedere presso la Pinacoteca di Volterra.

È, questo, uno dei dipinti più celebri ed affascinanti di Giovan Battista di Jacopo, grande artista “eccentrico” e alfiere del Manierismo, che nacque a Firenze il 18 marzo del 1495. Allievo di Andrea del Sarto, operò nella sua città, poi a Roma fino al celebre saccheggio del 1527; dopo varie peripezie giunse in Francia, alla corte di Fontainebleau, dove fu pittore ufficiale di Francesco I.

La grande pala volterrana (un olio su tavola di 375 cm x 196 cm) è del periodo precedente il trasferimento a Roma, ed era stata collocata, in origine, nella Chiesa di San Francesco, per essere poi spostata prima in Duomo (1788) ed infine (1905) nel Museo Civico, ospitato nel Palazzo dei Priori. L’artista opera una scelta assolutamente inconsueta, evidenziando le difficoltà legate all’operazione; i personaggi che si affannano per deporre a terra il corpo di Cristo sono costretti a delle torsioni acrobatiche sulle scale, e sembrano sul punto di lasciarsi sfuggire di mano il prezioso carico. L’affanno che scaturisce dalla situazione trova riscontro nelle pose dolenti e disperate dei personaggi che occupano la parte bassa del dipinto (che è il particolare che ho scelto di proporre all’attenzione di chi legge). Il giovane vestito di bianco, che regge la scala sulla destra, volge lo sguardo al gruppo femminile sulla sinistra. La donna più giovane che sorregge Maria, drappeggiata in una veste cangiante, tra giallo e bianco, guarda a sua volta verso gli spettatori, chiedendone il coinvolgimento emotivo. Sempre in basso, al centro della scena, spicca la figura della Maddelena, vestita di rosso, che abbraccia le ginocchia della madre di Gesù. In quest’opera tutto – i colori intensi ed insoliti, i movimenti convulsi, i lineamenti contorti di certi visi, la luce radente – contribuisce a creare un clima figurativo nuovo, astratto ed intellettualistico, ma al contempo vibrato e spirituale, che ci porta ormai al di là di quella misura umanistico-rinascimentale che ha già dato luogo alla “maniera”.

Inevitabile, infine, la citazione dell’episodio intitolato “La ricotta” dal film “Ro.Go.Pa.G.”, del 1963. Si tratta di una pellicola in cui vengono giustapposti i contributi di vari autori, tra cui spicca Pier Paolo Pasolini. Il grande intellettuale, già autore di “Accattone” e di “Mamma Roma”, ci porta nella campagna romana, dove un regista anticonformista e polemicamente dolente sta girando un film sulla Passione di Cristo. Tra le comparse, il borgataro Stracci, che deve interpretare il ladrone buono, dopo aver perso la ricotta che aveva comprato per il pranzo, divora avidamente i resti del cibo che era stato disposto sulla tavola dell’Ultima Cena, ma in questo modo si procura un’indigestione mortale che lo porta ad una morte grottesca; il malore lo coglie infatti mentre si sta girando la scena della Crocifissione, in cui lui è coinvolto, appeso allo strumento del supplizio al fianco dell’attore che interpreta Gesù. Il film è in bianco e nero, ma spiccano alcune scene a colori, in cui Pasolini ha voluto far rivivere, attraverso dei tableaux vivants, proprio la “Deposizione” del Rosso, nonché quella dell’altro grande manierista toscano, il Pontormo. Artisti che hanno lasciato il segno nell’immaginario artistico italiano, e che continuano ad essere oggetto di studi e di mostre (l’ultima è quella appena inaugurata in Palazzo Strozzi a Firenze) che non lasciano indifferente il grande pubblico.

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