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Quel gran genio di Jac!

Ha portato il surrealismo nel mondo dei fumetti, e lo ha fatto, in maniera continuativa, per ben sessant’anni!
Questa è una delle più significative sintesi che è possibile formulare a proposito della spumeggiante attività come disegnatore e come autore di testi di Benito Franco Giuseppe Jacovitti, sicuramente uno dei veri geni dell’arte di divertire attraverso le tavole dei “comics” che l’Italia possa vantare.


Che ci sia una poetica dell’assurdo, in quelle tavole dal tratto assolutamente inconfondibile, è lo stesso Jacovitti – che era nato a Termoli il 9 marzo del 1923 – a confermarlo: “Sono solitario. Gli umoristi sono o tristi, o solitari, o matti. Io sono tutte e tre le cose, un clown”. E ancora: “Qualcuno brontolò perché, per esempio nelle storie western, c’era qualche ammazzamento. Ma sarà violenza quella in cui il morto fa un paio di capriole, entra nella cassa e cammina per il cimitero con mani e piedi che gli escono dai legni?”.
Dal natio Molise, il giovanissimo Jac, come poi amò abbreviare il suo stesso cognome, si trasferì a Firenze per portare avanti gli studi al Liceo artistico nella città dei Medici, dove ebbe come compagno di scuola Franco Zeffirelli. Contemporaneamente, a 16 anni, l’esordio nella redazione della rivista satirica fiorentina “Il Brivido”. Poi inizia la collaborazione (destinata a durare non meno di trent’anni) con un’altro celebre periodico, “Il vittorioso”, di area cattolica. E ancora, disegna per il “Il Giorno”, per il “Travaso delle idee” (dove ha modo di conoscere Federico Fellini e Marcello Marchesi), per il “Corriere dei Piccoli”, più tardi per “Linus”, la storica rivista diretta da Oreste Del Buono. Da non dimenticare, tra le mille iniziative di cui si rende protagonista – che spaziano dalle illustrazioni per le avventure di Pinocchio a quelle del Kamasutra! – il celeberrimo “Diario Vitt” che ha accompagnato diverse generazioni di studenti tra i banchi delle medie e delle superiori.
Tantissimi anche i personaggi creati dalla sua fantasia, tutti più o meno simpaticamente strampalati e inverosimili. Tra questi, quello che preferisco e che voglio brevemente ricordare è Cocco Bill, il buffo cowboy che preferisce la camomilla al whisky e che se ne va in giro per il selvaggio West su un ronzino dall’inequivocabile nome di Trottalemme. Guardiamo un momento con un po’ di attenzione la tavola che ho scelto per accompagnare questo post: uno dei momenti tipici del cinema western (che Jac conosceva a menadito per averne visti in quantità, quando accompagnava il padre che, oltre ad essere ferroviere, faceva pure il proiezionista), cioè l’ingresso baldanzoso dell’eroe buono nel classico saloon, viene stravolto in chiave comica. Notate il gioco perfetto delle simmetrie: due gli avventori violentemente colpiti dall’incauta apertura delle porte; due i cappelli che schizzano in aria, accompagnati da un tappo sulla sinistra e da un bicchiere sulla destra; oggetti privi di senso sono riconoscibili sul pavimento, un pettine e il salame avviato, forse il più classico marchio di fabbrica del disegnatore; e infine, il tocco di genio, con l’anziano avventore al tavolo che, del tutto incurante dell’ingresso ad effetto di Cocco Bill, filosofeggia sconsolato davanti al suo bicchiere.
A suo modo, con questa predilezione per la l’estro bizzarro e irridente, Jacovitti ha portato avanti una sua satira del tutto personale, aliena da qualsiasi ideologia: e infatti – negli anni della contestazione studentesca – fu malvisto dagli estremisti sia di destra che di sinistra. Intanto però tutti si divertivano leggendo le sue storie, ed oggi c’è chi ne propone una rilettura coraggiosa ed “alta”; è Vincenzo Mollica, che afferma: “i critici d’arte si vergognano di dire che Jacovitti era un genio, che ha operato una grande rivoluzione con il suo modo surreale di disegnare il vero, che questo maestro del fumetto va studiato esattamente come va studiato Picasso”. Lui – scomparso nel 1997 – avrebbe probabilmente risposto con una risata; ma di sicuro sarebbe stato orgoglioso di un simile riconoscimento al suo pazzo e felicissimo talento.

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