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UNA MESSA COME IL PAPA VUOLE

Marcello Cervini degli Spannocchi, nato a Montefano, nell’odierna provincia di Macerata. Se pure aggiungessimo che fu papa con il nome di Marcello II, non faremmo molti passi avanti.

Questo austero uomo di Chiesa, nemico dichiarato del nepotismo e di ogni ostentazione del lusso, volle addirittura che il denaro destinato a celebrare la sua elezione al soglio di Pietro – avvenuta il 9 aprile del 1555 – fosse dirottato su iniziative caritatevoli:. Le feste si sarebbero potute svolgere in tono dimesso e con il minimo dispendio: e non era certo questo il modo in cui abitualmente un pontefice del Cinquecento si guadagnava una fama destinata a durare nei secoli. Oltre tutto, papa Marcello morì neppure un mese dopo la fatidica fumata bianca, quasi un record; ma quasi, appunto. Neppure questo aspetto rende memorabile la figura del Cervini, dal momento che verso la fine del XVI secolo stesso Urbano VII rimase sul trono papale per soli tredici giorni. Eppure c’è un motivo per cui è opportuno ricordare la figura di questo dignitoso prelato, che peraltro fu anche zio del celebre Roberto Bellarmino (la cui madre, Cinzia Cervini, era sorella di Marcello): e si tratta di un motivo musicale, di importanza tutt’altro che trascurabile. E’ proprio papa Marcello II, infatti, il pontefice cui allude il titolo di una delle più importanti opere del grande Giovanni Pierluigi da Palestrina, quella “Missa papae Marcelli”, a proposito della quale è importante fare attenzione alla grammatica latina. Se è indiscutibile che il termine “missa” sia al nominativo, un po’ più complicate sono le cose per le altre due parole: “papae” potrebbe essere sia genitivo che dativo, ma “Marcelli” è invece sicuramente genitivo, cioè complemento di specificazione. Insomma – per quei pochi lettori che hanno avuto la pazienza di seguirmi fin qui – quella di Palestrina è la messa “del papa Marcello”, non la messa dedicata “al” medesimo pontefice; cioè la messa così come l’avrebbe voluta il Cervini, che era già morto al momento della composizione, databile probabilmente al 1562, come dimostrerebbe conservato nella basilica di Santa Maria Maggiore, presso la quale il compositore dopo aver dovuto abbandonare la cappella papale per volontà di Paolo IV Carafa, il terribile papa controriformista ricordato nelle pagine del romanzo “Q”, di Wu Ming. Erano infatti gli anni della Controriforma, e già il Cervini aveva avuto modo di sottolineare che la musica sacra avrebbe dovuto rinunciare a buona parte dello sfarzo cui era giunta, per via degli eccessivi abbellimenti che rendevano difficile comprendere i testi cantati, mentre invece lo scopo dei canti eseguiti nelle varie funzioni avrebbe dovuto essere esclusivamente edificante. Sorse così presto una leggenda – in parte basata su alcuni fatti concretamente storici – secondo cui dal Concilio di Trento sarebbe partita una direttiva tesa ad istituire una commissione che avrebbe dovuto “processare” (ed eventualmente condannare a morte la musica polifonica, in nome del possibile ritorno alla semplicità del gregoriano. E solo la dimostrazione – operata dal Palestrina davanti ai severi giudici, tra cui san Carlo Borromeo – della possibilità di realizzare composizioni polifoniche sacre non dimentiche della loro natura essenzialmente spirituale, avrebbe salvato questo stile compositivo dalla condanna. Concluderemo ricordando che la “Missa” di cui ci siamo occupati fu poi regolarmente eseguita ad ogni nuovo insediamento papale fino al 1958 (anno dell’elezione di papa Roncalli), ed invitiamo i nostri amici all’ascolto del “Kyrie”, con cui l’opera si apre, in un’alternanza di momenti di imitazione (il Kyrie eleison iniziale e quello finale) e di omofonia (il Christe eleison centrale).

 

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