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ALICE MUNRO: LE PERSONE, SOLO LE PERSONE

Proviamo a riprendere il colloquio con gli amici di “Punto cultura” partendo da qualche notizia su una grande scrittrice contemporanea, Alice Munro, divenuta piuttosto nota anche in Italia da un paio d’anni, e cioè dal momento in cui le fu assegnato il premio Nobel per la letteratura, nell’autunno del 2013.

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Nata a Wingham, in Canada (non lontano da Toronto e da Ottawa), nella prima metà del Novecento, la Munro è specializzata nella difficile arte del racconto, e ci porta spesso a contatto con figure femminili immerse in vicende apparentemente semplici, persino banali e quotidiane, ma impreziosite da un accurato scavo psicologico e da una tecnica narrativa complessa, diversificata e tale da rendere in modo assai efficace l’idea del labirinto in cui si aggirano, giorno dopo giorno, le esistenze dei suoi personaggi, ma – potremmo aggiungere – dell’umanità tutta di quest’epoca postmoderna in cui ci aggiriamo quasi sperduti e inconsapevoli.

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Dalla raccolta del 2012, che in originale si intitola “Dear Life” e che è stata pubblicata da noi nel 2014 da Einaudi come “Uscirne vivi”, due short stories mi hanno colpito. La prima, “Che arrivi in Giappone”, è narrata in terza persona, e porta il lettore nella vita di una giovane donna sposata che sta per affrontare un lungo viaggio, da Vancouver a Toronto, in compagnia della figlia piccola, Katy. Inizialmente l’attenzione è concentrata sulla scena del saluto alla stazione, con il marito della protagonista, Peter, un ingegnere di bell’aspetto, affidabile e dalla coscienza pulita, per quel che sembra, che rimane sul marciapiede a scherzare con le due viaggiatrici che stanno al di là del finestrino chiuso del vagone. Sembra quasi che l’uomo sia più interessante della consorte, Greta, nervosa e insicura nell’attesa della partenza. Poi chi narra sembra divagare, raccontando di un fatto avvenuto mesi prima, quando la donna – che coltiva con non pochi sensi di colpa una sorta di vocazione poetica che non pare avere molti sbocchi – ha partecipato ad un party tra autori ed editori altezzosi che non l’hanno quasi degnata di una parola, ad eccezione del vice direttore di una rivista letteraria di Toronto sulla quale sono state accettate alcune liriche di Greta. Tutto questo non sembra avere molto a che fare con la scena iniziale del congedo tra i due coniugi, ma solo dopo scopriremo che c’è un nesso piuttosto forte tra il goffo pomeriggio mondano vissuto dall’aspirante poetessa e il suo trasferimento temporaneo a Toronto, in casa di un’amica che ha lasciato libero il suo appartamento nello stesso periodo in cui Peter dovrà stare lontano dalla famiglia per lavoro. L’altro racconto che mi è parso molto interessante è “Focolare”, e non sembra avere molto in comune con quello cui ho fatto cenno poc’anzi. Innanzi tutto la narrazione è autodiegetica, ed a raccontarci i fatti è una donna che ripensa a tempi piuttosto lontani, nei quali i suoi genitori la affidarono ad uno zio medico mentre loro partivano per il Ghana, con non ben precisati intenti umanitari. La ragazza si trova così immersa in un’atmosfera alquanto chiusa e provinciale, e approfondisce la conoscenza con lo zio Jasper, dal carattere autoritario e sostanzialmente egoista (anche se dedito al lavoro in modo assai scrupoloso), ma soprattutto con la giovane moglie di questi, la zia Dawn, che sembra aver fatto della sua vita una missione finalizzata alla cura del marito, rispettato ed assecondato come una capricciosa ma indiscutibile divinità. Il fatto curioso è però che la giovanissima narratrice, tendenzialmente anticonformista per natura e sicuramente abituata a uno stile di vita più anticonformista rispetto a quello dello zio, comincia a trovare non privo di attrattive il regime ordinato e rigoroso che il dottor Jasper predilige e che la zia governa con sicurezza e apparente soddisfazione. Però le donne della Munro sono creature fragili e forti nello stesso tempo, represse e capaci di piccole ribellioni, talvolta prevedibili, in altri casi piuttosto sorprendenti. Quello che però mi è rimasto più impresso è il rapporto dei personaggi con l’ambiente circostante: un rapporto che quando non appare nullo, può risultare addirittura straniante, come nel primo racconto, quando Greta affronta il viaggio in autobus per arrivare dalla sua casa ai “quartieri alti” dove si terrà il cocktail tra intellettuali cui accennavo prima, e Vancouver risulta assolutamente un “non luogo” nel quale le nevrosi della protagonista hanno modo di esplicarsi alla perfezione; l’altra storia, invece, è ambientata in un anonimo borgo non molto lontano da Toronto che sembra priva di una qualunque identità, e forse proprio per questo acquista rilievo, nella vicenda, il focolare (“haven”, in lingua originale) che dà il titolo alla storia. Per un’associazione di idee non del tutto facile da spiegare, mi vengono in mente due romanzi del collettivo di narratori italiani Wu Ming, lontanissimi dalla Munro sia per stile che per contenuti. Si tratta di “Manituana”, ambientato ai tempi della guerra tra coloni americani e truppe regolari britanniche da cui scaturiranno gli Stati Uniti d’America; e del più recente “L’armata dei sonnambuli”, ambientato sempre a fine Settecento, ma nella Francia rivoluzionaria; senonché anche qui c’è spazio per i ricordi di un ex medico militare, che nel Nuovo Mondo ha combattuto, subendo ferite dolorose sia nel corpo che nell’anima. In entrambi, come pure in altra narrativa americana, l’idea del rapporto tra l’uomo occidentale e una terra che gli è sostanzialmente estranea ed ostile; e forse anche nella Munro possiamo trovare echi di questa appropriazione ostinata e forse mai del tutto portata a termine da parte dei colonizzatori (o è più giusto parlare di invasori?) europei. Ma forse questo e altri temi potremo approfondire leggendo altri testi della Munro. Altri racconti. Già, perché la narrazione breve è la specialità di questa maestra dell’arte dello scrivere. Anni fa Johnathan Franzen ha scritto un saggio su di lei, basato sulla convinzione che “la bravura di questa scrittrice superi in modo cosí sconcertante la sua fama”.

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Non senza ironia, lo scrittore elenca una serie di motivi per cui vale la pena di leggere le opere della sua collega canadese, sfatando anche il pregiudizio secondo il quale il racconto sarebbe una sorta di parente povero del romanzo. Ed è riportando la seconda di tali motivazioni che concludo, ripromettendomi di tornare quanto prima sull’argomento: “suoi racconti parlano di persone. Persone persone persone. Se leggete narrativa che tratta di argomenti istruttivi come l’arte del Rinascimento o qualche importante capitolo della storia nazionale, avrete la certezza di sentirvi produttivi. Ma se la storia è ambientata nel mondo moderno, se le preoccupazioni dei personaggi vi sono familiari, e se il libro vi appassiona talmente che non riuscite a chiuderlo all’ora di andare a letto, allora c’è il rischio che vi stiate semplicemente divertendo”.

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