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CHARLOTTE, L’INFINITO IN UN MARE D’ERICA

«Io non sono come te. Se tu conoscessi i miei pensieri, i sogni che mi assorbono, e la sfrenata immaginazione che a tratti mi divora e fa sì che io trovi qualsiasi compagnia miserabilmente insipida, avresti compassione di me e, non esito a dirlo, mi disprezzeresti. Conosco i tesori della Bibbia, li amo e li adoro. Posso vedere il Pozzo della vita in tutta la sua limpidezza e in tutto il suo fulgore. Ma quando mi chino a bere le sue pure acque, esse si ritraggono dalle mie labbra come se io fossi Tantalo».

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Difficile immaginare parole più intense ed efficaci per esprimere un sentimento tipicamente romantico quale l’ansia di assoluto, il desiderio di vivere con un’intensità senza limiti, tanto da trovare poi necessariamente limitata ed insoddisfacente qualunque esperienza. Nella frase finale di questo frammento tratto da una lettera di Charlotte Brontë ad un’amica, colgo degli echi del poeta italiano dell’Ottocento che più di ogni altro appare in sintonia con il grande Romanticismo europeo, Giacomo Leopardi. Penso qui in particolar modo a un componimento quale “L’ultimo canto di Saffo”: e dove all’ombra / Degl’inchinati salici dispiega / Candido rivo il puro seno, al mio / Lubrico piè le flessuose linfe /Disdegnando sottragge, / E preme in fuga l’odorate spiagge”.

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E proprio a quella del cantore del pessimismo cosmico viene spontaneo paragonare l’esistenza delle sorelle Brontë, e torna alla mente la celebre definizione di Benedetto Croce, quella “vita strozzata” fatta di isolamento e di sofferenza fisica tale da portare ad una morte giunta fin troppo presto, per quanto magari invocata. Diversi i paesaggi: le dolci colline marchigiane, così suggestivamente evocate da Giacomo in molti dei suoi canti, la brughiera dello Yorkshire per Charlotte, quel mare d’erica che in estate si colora di un rosso purpureo che rappresenta l’altra faccia di un’idea di morte respirata nei lunghi mesi invernali, durante i quali più tetro ancora doveva risultare il cimitero attiguo alla canonica di Haworth dove il reverendo Brontë aveva portato a vivere la sua famiglia, destinata a essere visitata dalla triste mietitrice troppe volte nel giro di pochi anni.

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Come Leopardi, affettuoso affabulatore e compagno di giochi per Carlo e Paolina,- anche Charlotte nutriva un tenero amore per le sorelle, per Emily in particolare, anche se sapeva di non poterla comprendere fino in fondo, come testimonia anche l’errore clamoroso che commise quando giudico “immaturo” un romanzo come “Cime tempestose”. La malattia che portò via Emily si manifestò nell’ottobre del 1848, e durò solo poche settimane, durante le quali la giovane rifiutò qualsiasi cura, imponendosi con feroce stoicismo di portare avanti i suoi doveri quotidiani, mentre Charlotte e Anne non osavano contraddirla. Sei mesi dopo Charlotte rimase sola, essendo scomparsa anche la sorella minore. In quel crudele 1849 Charlotte pubblicò il suo secondo romanzo, “Shirley”, cui avrebbe fatto seguito quattro anni dopo “Villette”, un’opera che la scrittrice portò avanti tra i gravi tormenti fisici e psicologici che l’avrebbero accompagnata fino alla morte, avvenuta nel 1855. Questo testo non molto conosciuto, ispirato alla Brontë dall’esperienza giovanile che l’aveva portata a Bruxelles come istitutrice, è stato ripubblicato poco meno di due anni fa da Fazi, con un’operazione editoriale che ha trovato di Pietro Citati. L’eminente studioso ha definito il libro “drammatico, angoscioso, tenero, lirico, ma anche spiritosissimo”, ed ha individuato in esso la condizione spirituale di un’autrice che si sente non abbandonata da Dio, ma perseguitata dal fato, e che tuttavia – anzi, proprio per questo – si ritiene in grado di raccontare la vita di persone felici, benedette da quella divinità in cui Charlotte credeva fermamente e che forse l’aveva compensata di tanti dolori con la capacità di saper portare la bellezza e la verità delle passioni sulla pagina scritta.

Nota: per quanto riguarda le immagini che ho scelto, la prima è naturalmente un ritratto della scrittrice in questione; la seconda è relativa alla canonica di Haworth, che oggi ospita un museo dedicato alle sorelle Brontë, mentre la terza è un dipinto del celebre Alma-Tadema (1881), in cui è proposta una visione idealizzata di un incontro poetico tra Saffo e Alceo.

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