camera_b_img17

MASSIMO SALVADORI: LE RADICI MALATE DEL LIBERALISMO ITALIANO

Non molti giorni fa – sempre qui su “Punto cultura” – abbiamo analizzato un articolo di Piero Ostellino da cui emergeva un’interessante definizione della democrazia liberale di stampo anglosassone, intesa dal noto giornalista come il regime politico in cui nessuno pretende di detenere una verità assoluta che si identifichi con un’ideologia. Ci si affida piuttosto al concetto di mercato, che viene definito come “la libertà dei cittadini, produttori e consumatori di ricchezza, di perseguire autonomamente i propri interessi. I cittadini (ovvero il mercato) creano inconsapevolmente il bene comune, e i politici – tenendo conto di tali indicazioni – potranno agire in maniera senz’altro perfettibile, ma senza comunque compiere errori irrimediabili (o almeno, riducendo di molto tale possibilità).

PRESENTAZIONE

Torniamo oggi a trattare il tema del liberalismo, occupandoci di un saggio di pochi anni fa, “Liberalismo italiano – I dilemmi della libertà” di Massimo Luigi Salvadori (1), edito da Donzelli (2011). Potremmo dire che il tema fondamentale trattato dallo studioso (professore emerito dell’Università di Torino) sia proprio l’analisi del modo in cui i più importanti e stimati esponenti della cultura liberale italiana commisero – in un determinato momento storico – un errore irreparabile: si illusero cioè – sia prima che dopo la marcia su Roma – che il fascismo fosse un movimento non eversivo, e che Mussolini, lungi dal trasformarsi in un dittatore, avrebbe dato un apporto altamente positivo al quadro politico italiano, finendo col dimostrarsi un interprete, magari duro ed energico, della più pura tradizione liberale. I fatti dimostrarono poi quanto grave fosse l’abbaglio di personalità illustri quali Benedetto Croce e Luigi Einaudi, e lunghi brani, riportati da Salvadori e tratti da scritti e da discorsi pubblici stanno a dimostrare che l’errore non fu affatto veniale né di breve durata. Torneremo sull’argomento, ma riteniamo importante a questo punto chiarire quale sia la tesi di fondo sostenuta dal saggista, che è poi anche la sua risposta alla domanda che inevitabilmente chiunque si porrebbe: come fu possibile quel clamoroso errore? Per capirlo ripartiamo da ciò che si può dire intorno alle caratteristiche fondamentali dei sistemi liberali maturi; ciò che conta, per Salvadori, è il fatto che in essi si possano avere normali alternative di governo tra schieramenti politici in reciproca competizione e ugualmente legittimati a reggere le redini dell’esecutivo.

LEORIGINI DEL PROBLEMA – IL CONNUBIO

E proprio questo è quanto sarebbe mancato – secondo l’autore – nel modo di concepire il liberalismo in Italia, sin dai tempi di Cavour. L’opera di cui ci stiamo occupando è suddivisa in capitoli dedicati a singoli rappresentanti del pensiero liberale italiano, e se i passaggi più drammatici sono quelli relativi ai momenti decisivi per l’affermazione del fascismo, di centrale importanza dal punto di vista strutturale è proprio il saggio su Camillo Benso conte di Cavour. Fu nel momento in cui il padre nobile del nostro Risorgimento decise il “connubio” con la sinistra di Urbano Rattazzi che – sono, queste che riporto, tesi di Salvadori, non tornerò più a ripeterlo – si manifestò per la prima volta quel fenomeno altrove ritenuto inconciliabile con l’idea stessa di liberalismo, e cioè il fatto che la classe dirigente si proponga come baluardo positivo ed insostituibile nell’ambito del sistema, a dispetto di quella fondamentale legge dell’alternanza cui si accennava prima. Salvadori non nasconde i meriti di Cavour nell’inaugurare il regime parlamentare in Italia, ma sottolinea che si tratta di un tipo particolare di parlamentarismo, in cui le forze convergenti al centro si sentono le uniche legittimate a governare, senza alternative da parte di opposizioni altrettanto legittimate, il che porterebbe sempre – al di là delle concrete intenzioni di chi compie queste operazioni – al rischio di instaurazione di un regime. L’autore si sofferma a lungo sulla durezza delle parole utilizzate dallo statista contro Mazzini in tutto il periodo che va dal 1850 all’impresa dei Mille. Pur comprendendo la particolarità della situazione storica, che portava Cavour nel vivo di una contesa decisiva e assai dura, Salvadori ritiene che egli abbia varcato i limiti in materia di delegittimazione dell’avversario politico, violando i principi del liberalismo puro (2).

CROCE E EINAUDI DI FRONTE AL FASCISMO

Pur essendo evidente la profonda differenza intercorrente tra il momento storico cui si accennava un attimo fa e quello in cui il fascismo sorse e si affermò, lo storico crede di poter riconoscere una comune tendenza, cioè quella dimostrata da politici e pensatori liberali italiani che, in temperie affatto particolari, si sono sentiti in dovere di piegare il loro credo a quelle che sentivano come le priorità del momento. Tra la fine degli anni Dieci e l’inizio dei Venti il mondo politico del nostro paese fu percorso da quella che venne giudicata come una gravissima crisi organica, tale da far temere un collasso delle istituzioni che sarebbe stato seguito da un rapido processo rivoluzionario, sulla scorta di quanto era accaduto in Russia nel 1917. Non si può fare a meno di ricordare il cosiddetto “biennio rosso”, quel periodo tra 1919 e 1920 in cui, specie nell’Italia settentrionale, si ebbero manifestazioni e lotte contadine ed operaie, con periodi di occupazione delle fabbriche. Oggi gli storici, come ha ricordato di recente Giovanni Sabbatucci, tendono a negare che ci fosse un concreto rischio di eversione socio-politica, ma lo stesso studioso appena citato sottolinea che altra era la percezione diffusa, specie tra le fila della borghesia (3). Nelle molte dichiarazioni riportate da Salvadori, al di là del timore per un’eventuale rivoluzione di tipo marxista-leninista, emerge con forza l’idea del profondo disgusto provato da uomini come Croce e Einaudi (ma anche Salvemini e Abbagnano, sui quali poi torneremo) per quello che veniva ritenuto l’irreversibile fallimento – concreto e morale – di una classe politica che aveva avuto i suoi esponenti di punta in Giolitti, in Bonomi e in Orlando. Era un po’ lo stesso spirito amaro e disilluso con cui Pirandello (4) aveva reso incisive e indimenticabili le pagine del suo romanzo “I vecchi e i giovani”, pubblicato non molti anni prima (1913). Tutto, si potrebbe dire, pur di non tornare a quella condizione di smarrimento ed a quel senso vertiginoso di disordine che sembrava preludere a un sovvertimento epocale. Ma attenzione, come si è già detto, regnava comunque la convinzione che non sarebbe stato affatto difficile ricondurre Mussolini nell’ambito del rispetto delle garanzie costituzionali.

Benedetto Croce partì dalla convinzione, espressa dopo il conferimento dell’incarico a colui che sarebbe stato acclamato come “Duce”, che “tutti gli Stati sono sempre un unico Stato, tutti i governi un unico governo, e finché durano adempiono a un’utilità, anzi alla maggiore utilità possibile nel momento dato”. Anche dopo l’approvazione della legge Acerbo, che avrebbe assicurato a Mussolini una larga maggioranza parlamentare, il filosofo di Pescasseroli si espresse a favore di tale provvedimento, nel febbraio del 1924. Vi era, a suo giudizio, un forte bisogno di stabilità, grazie alla quale si sarebbe presto rientrati “nella legalità e nel buon sistema costituzionale” Idea ribadita anche nel momento in cui pure si prendeva in considerazione l’ipotesi di una svolta del fascismo verso un sistema “affatto diverso dal liberale”. Di tale pericolo però Croce asseriva di non vedere in quel momento neppure l’ombra, mentre si diceva certo dello “spontaneo ritorno, mercé le elezioni politiche, alla legalità e alla pratica costituzionale”. Le elezioni si tennero il 6 aprile dello stesso anno e videro, ovviamente, il netto successo del cosiddetto “listone”, cui andarono i due terzi dei seggi disponibili in Parlamento. Il 30 maggio Giacomo Matteotti tenne il suo celebre discorso in cui denunciava i brogli e l’atmosfera intimidatoria nella quale le votazioni si erano svolte, congedandosi dagli ascoltatori con queste parole: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”. Il deputato socialista fu rapito il 10 giugno, il ritrovamento del cadavere avvenne due mesi dopo, in agosto. Tra questi ultimi due avvenimenti, Croce ribadiva ancora la fiducia al governo in Senato, con un voto da lui stesso definito “prudente e patriottico”, e che scaturiva dal desiderio di non veder vanificato il “molto di buono” che il fascismo aveva realizzato e dalla convinzione che il P.N.F. avesse la vocazione a far da ponte tra il periodo di “fiacchezza e di inconcludenza” precedente la marcia su Roma e la “restaurazione di un più severo regime liberale, nel quadro di uno Stato più forte”. La redazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti venne poco meno di un anno dopo (5). Intanto, però, l’irreparabile era accaduto.

Non dissimile da quello di Croce fu l’abbaglio del futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi, che nel settembre del 1922 si espresse con parole ben poco preoccupate a proposito del rischio che una marcia fascista su Roma “dissolvesse il Parlamento e mettesse su una dittatura”. Non si doveva, in quel momento storico, avere altro obiettivo che “la grandezza materiale e spirituale della patria”, messa in pericolo dalla “stracca” classe politica giolittiana e dallo statalismo invasivo, nonché dalle leghe rosse, dai popolari, dai rivoluzionari che minacciavano la proprietà. Venisse pure il fascismo, se avesse saputo arginare tutto ciò; si trattava, a giudizio dell’illustre accademico piemontese, di un movimento il cui programma era “nettamente quello della tradizione liberale classica”, alieno da “nuove dottrine” e da “nuovi regimi”.

I CASI DI SALVEMINI E ABBAGNANO

Cercheremo di procedere più rapidamente con i riferimenti a due personaggi molto diversi tra loro, e cioè Gaetano Salvemini e Nicola Abbagnano. Il grande meridionalista dichiarò, un anno prima del delitto Matteotti, che era più da temere il ritorno della vecchia e corrotta congrega di politicanti (6) che Mussolini stesso, “un clown circondato di ragazzacci che si liquiderà da sé”. Il filosofo che ha dato il suo nome ad un celeberrimo manuale onnipresente da decenni nelle aule liceali italiane fu, a detta di Salvadori, un fervente fascista, che per tutti gli anni Trenta espresse il proprio convinto consenso alla dittatura, di cui anch’egli celebrava la capacità di fare ciò di cui si era dimostrato incapace lo stato liberale nella sua ultima fase, reagire cioè alla disgregazione della coscienza politica italiana, che Abbagnano riteneva “ultimo e tristo retaggio delle secolari divisioni che avevano afflitto l’Italia”. Per lui il fascismo, nel momento in cui aveva creato l’impero, si era elevato allo status di “organizzazione politica ideale, caratterizzata dall’armonica conciliazione di forza e spirito”. La guerra, cui Mussolini aveva incitato gli italiani nel ’35 e poi nel ’40, pone secondo Abbagnano l’uomo di fronte all’alternativa tra “essere se stesso nella storia o disperdersi in una vita senza storia”. La guerra fa sì che “i popoli si stringano in fila più serrate, si definiscano, si purifichino”. Quest’ultimo verbo, secondo Salvadori, allude ad un’accezione per nulla generica del concetto di purezza, ma rientra nell’ambito dell’adesione alla politica razziale del regime, che Abbagnano in seguito sostenne poi di aver rigettato fin dal suo primo apparire.

CONCLUSIONE – LA LUNGIMIRANZA DI CAVOUR

Abbiamo sostanzialmente concluso questa lunga carrellata tra le pagine di un volume che può far discutere e sicuramente pensare, anche sugli ultimi decenni della politica italiana. Ma prima di congedarci riteniamo opportuno tornare a Cavour, da cui siamo partiti. Il conte si dimostrò forse il più lungimirante di tutti i suoi successori, visto che Salvadori lo descrive assai preoccupato della particolarità del liberalismo italiano, incapace di coltivare la pur basilare idea della legittimità e doverosità dell’alternanza. Perciò Cavour auspicò, a più riprese, la formazione di uno schieramento cattolico conciliato con i principi liberali (7), cui avrebbe addirittura ceduto volentieri il ruolo di partito di maggioranza, tanto era convinto che da una situazione in cui a un solo partito o a una sola coalizione fosse accordata la legittimazione a governare non sarebbe potuto scaturire che qualcosa di assai pericoloso. Non riteniamo di dover aggiungere altro.

NOTE

(1) – Il volume di Salvadori si inserisce nel contesto di una produzione saggistica di cui alcuni esempi meritano di essere ricordati, anche perché lo studioso che prendiamo in considerazione si mostra talvolta polemico contro i suoi colleghi, ad esempio per il fatto di non aver neppure accennato, nelle loro opere, alla questione dei rapporti di Abbagnano con il fascismo. Citeremo dunque: Giuseppe Maranini, “Storia del potere in Italia” (edito da Vallecchi prima e poi da Corbaccio); Luisa Mangoni, “L’interventismo della cultura” (Laterza, poi Aragno); Gabriele Turi, “Il fascismo e il consenso degli intellettuali” (Il Mulino); Angelo d’Orsi, “La cultura a Torino tra le due guerre” (Einaudi); Corrado Ocone e Dario Antiseri, “Liberali d’Italia” (Rubbettino).

(2) – Ritengo che Salvadori voglia sottolineare soprattutto una questione di atteggiamento, di spirito, essendo fin troppo facile obiettare che Cavour e Mazzini non possono essere considerati di fatto come concorrenti alla pari in un contesto politico in cui essi svolsero ruoli storici ben differenti.

(3) – Il documentarista Hombert Bianchi ha parlato dell’avvento al potere di Mussolini a partire dal 1922 come di una “controrivoluzione preventiva”.

(4) – Suscita spesso stupore, tra i lettori di Pirandello, l’adesione al fascismo dello scrittore siciliano, che avvenne tra l’altro proprio in tempi immediatamente successivi al delitto Matteotti. Appare inconciliabile con l’antiretorica e lo smascheramento delle finzioni il lato che potremmo definire “da operetta” del regime, con le sue parate, i suoi riti e con le grottesche esibizioni pubbliche del suo leader. Né si manca mai, parlando di questo argomento, di prendere in considerazione l’evidente incoerenza tra il Pirandello dissacrante di tante opere impietose nei confronti delle convenzioni sociali, e l’uomo Pirandello che accetta di apparire in pubblico con la goffa e pomposa uniforme da accademico d’Italia.

Pirandello accademico

Ma è ormai opinione diffusa tra gli studiosi che tale adesione – certo comunque difficile da accettare – sia stata un fatto non ideologico, ma da mettere in relazione con l’atroce delusione dello scrittore che sentiva traditi gli ideali risorgimentali da parte di una classe politica corrotta e inefficiente. Il bisogno di una scossa di nuova vitalità per la nazione nasce dunque, in Pirandello, nello stesso clima in cui vanno inserite le dichiarazioni favorevoli al fascismo di Croce e degli altri intellettuali di cui Salvadori si occupa.

(5) – Non riteniamo possibile addentrarci in una questione tanto spinosa, ma il nome di Croce è fortemente legato a quello di Giovanni Gentile, che fu da parte sua l’estensore del Manifesto degli intellettuali fascisti, pubblicato poco prima di quello, di tutt’altro tenore, del suo maestro. C’è anzi chi sostiene che Croce abbia accettato la sollecitazione di Giovanni Amendola a redigere il celebre Manifesto spinto anche da risentimenti personali nei confronti del suo ex allievo prediletto, che non avrebbe chiesto al maestro il permesso di aderire al fascismo. Interessante in tal senso sono gli scritti della studiosa Daniela Coli, autrice di una monografia sul filosofo di Castelvetrano, edita dal Mulino nel 2004.

(6) – Basti ricordare la durezza con cui Salvemini attaccò Giolitti ai tempi dello scandalo della Banca Romana, in un saggio dal titolo proverbiale, “Il ministro della malavita”.

(7) – Sappiamo bene che invece il “non expedit” di Pio IX rimase vigente fino al “Patto Gentiloni” del 1913.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *