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Diario di un anno di scuola

settembre 2017

Una singolare affinità collega autori ben diversi tra loro quali Giuseppe Parini e Victor Hugo. Separati da un centinaio di anni, entrambi gli scrittori si preoccupano degli umili, delle persone che nella società occupano gli ultimi posti: fatto alquanto innovativo nella letteratura italiana fino agli inizi del decennio ’60 del Settecento, molto più normale un secolo più tardi, in Francia e non solo. Sappiamo che nel “Giorno” Parini critica attraverso l’ironia e la satira la nobiltà milanese, riguardo la quale pensa che dovrebbe ostentare di meno i propri privilegi e svolgere un ruolo fattivo e concreto nella società, contribuendo a far crescere la ricchezza generale e il benessere delle classi meno privilegiate. Una riforma che deve essere innanzi tutto morale, per poi investire l’economia e la politica. Gradualità, moderazione, conservazione di uno status quo che viene considerato intangibile nella sua essenza, ma che può certamente migliorare e progredire da più punti di vista.

Ma oltre al “Giorno”, Parini scrive anche numerose odi di stampo illuministico nelle quali, sfruttando magari delle occasioni contingenti, il poeta auspica ancora cambiamenti e una sostanziale modernizzazione del contesto in cui vive. Lo notiamo, tra l’altro, nel componimento intitolato “Il bisogno”; con questo termine l’autore si riferisce alla povertà, anzi, alla fame, che tiranneggia l’uomo spingendolo a commettere non di rado atti contro la legge. Esseri naturalmente miti e buoni possono rubare e addirittura uccidere dei loro simili, spinti dal bisogno impellente di sfamare se stessi e le proprie famiglie. Sono necessarie riforme che attenuino la povertà, è chiaro, ma nel frattempo sarebbe almeno apprezzabile che i magistrati si mostrassero clementi in occasioni simili, tenendo conto – come attenuante – della fame che ha trasformato in lupi coloro che potevano essere creature mansuete e rispettose della legge. Questo ha fatto un giudice svizzero di cui Parini celebra il pensionamento, e così dovrebbero comportarsi i suoi colleghi, anche se è evidente che il problema andrà affrontato da chi governa in modo più incisivo e radicale, fermo restando che Parini non è affatto un rivoluzionario, bensì un illuminista moderato ma tuttavia consapevole delle esigenze dei tempi nuovi.

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Nel 1862 è Victor Hugo a riprendere il tema del furto che scaturisce dal movente più semplice che si possa immaginare: la fame. Il protagonista di uno dei più grandiosi romanzi che siano stati scritti nell’800, Jean Valjean, commette semplicemente il furto di un pezzo di pane; da questo atto scaturiranno molte vicende drammatiche ed emozionanti, ma qui è importante ricordare che il narratore non si limita certo a chiedere comprensione a chi deve giudicare casi del genere, ma inserisce il fatto in un quadro di dimensioni gigantesche, che riguardano il suo paese ma anche l’umanità tutta, in un secolo in cui non si è affatto sopita l’ansia di giustizia sociale che si era prepotentemente affacciata alla ribalta della storia nel 1789, nonostante il tentativo che in questo senso era stato fatto nel periodo della Restaurazione. Pagine straordinarie vengono dedicate da Hugo a episodi di grande intensità, quali i tentativi rivoluzionari del 1832 e del 1848: se da un lato è presente la consapevolezza del fatto che gli eccessi sono pericolosi, dall’altro rimane indiscussa l’idea che tenere le moltitudini in uno stato di miseria e di abbrutimento è inaccettabile, tanto che lo scrittore non esita a riconoscere qualcosa di “santo” e di “venerabile” in quella furia che viene dal basso e tuttavia si ha a che fare con ideali nobili e profondamente umani.

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Tra i meriti di Hugo c’è poi anche il fatto di aver attuato in un certo qual modo una “rivoluzione” letteraria, contribuendo in maniera assai significativa a scardinare quel sistema dei generi che era rimasto indiscusso nella tradizione occidentale fin dall’antichità classica. In omaggio a tali convenzioni, le opere di carattere tragico non potevano avere per protagonisti che personaggi di elevata dignità sociale, quali regnanti, eroi, o addirittura semidei. Per contro, agli uomini comuni erano riservati solo ruoli in testi comici, ispirati alla vita quotidiana e finalizzati principalmente al divertimento. Con il lavoro teatrale “Il re si diverte”, invece, il padre del romanticismo francese propone la figura di un buffone di corte che si scontra con il re rinascimentale Francesco I, che ha sedotto sua figlia, l’unico affetto puro che l’uomo è riuscito a mantenere in una vita contrassegnata dall’astio provato nei confronti di chi lo deride per la sua deformità, e che il giullare ripaga con battute taglienti e sfacciate. La vicenda, dall’esito tragico, spicca soprattutto perché non era previsto che a un personaggio di bassa estrazione sociale venissero attribuiti sentimenti dignitosi e degni di un’indagine psicologica approfondita. Va poi ricordato che da tale dramma Francesco Maria Piave trasse nel 1851 il libretto di una delle opere liriche più popolari e amate di Giuseppe Verdi, il “Rigoletto.

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Importante è anche – nelle mattinate scolastiche – lo spazio che deve essere concesso all’attualità, con gli articoli da leggere e il dibattito che da essi può scaturire. Nei primissimi giorni dell’annata 2017-2018, molta attenzione è dedicata – sulle prime pagine dei quotidiani e sui siti web d’informazione – al tema del cosiddetto “ius soli”, il diritto di cittadinanza che dovrebbe essere conferito ai bambini o ai ragazzi nati sul territorio italiano da genitori stranieri. Possiamo dire che – al momento – vi sia tra i nostri connazionali una divisione tra due diverse posizioni: una, che potremmo definire genericamente “progressista”, favorevole a tale cambiamento, sia pure in una modalità “temperata” (la cittadinanza potrebbe non essere automatica, ma conseguenza della permanenza prolungata ne nostro paese e del compimento di un paio di cicli di studi); un’altra, “conservatrice”, concentrata sull’idea del mantenimento dello “ius sanguinis”. A partire dal 13 settembre abbiamo potuto prendere visione di alcuni interessanti articoli su tali argomenti, presi dal sito del quotidiano romano “Repubblica”. Il primo reca la prestigiosa firma di Ilvo Diamanti, uno dei massimi esperti di sociologia e politologia della nostra penisola. Il pezzo nasce dall’accostamento tra la notizia relativa al fatto che il Partito Democratico sembra aver rinunciato – almeno momentaneamente – a proporre la legge nella consapevolezza del rischio di subire una pericolosa sconfitta parlamentare; e la divulgazione dei risultati di un importante sondaggio, relativo al rapporto tra italiani e cittadini stranieri che vivono nel nostro paese. Da tale indagine demoscopica risulta che a prevalere, in questo momento è la paura, in una misura non nuova, ma tuttavia più accentuata che in anni passati, nonostante poi il numero complessivo dei reati commessi pare essere in diminuzione. Di questo fatto Diamanti “accusa”, per così dire, i mezzi di informazione che – anche per attirare maggiormente l’attenzione dei fruitori – enfatizzano in modo quasi morboso fatti di cronaca certamente gravi, ma che forse non costituiscono la regola. Ma un ruolo importante lo svolgono anche i politici, che – soprattutto nell’ambito di certi schieramenti – cercano di spingere sul pedale della sicurezza allo scopo di guadagnare il favore degli elettori nell’imminenza di importanti consultazioni. Così, in questa occasione, anche un partito tendenzialmente più favorevole ad una società “aperta” come il PD preferisce non rischiare di perdere consensi. Diamanti gioca quindi dal punto di vista retorico sul concetto di paura, sottolineando che gli schieramenti politici soffrono di quella che lui definisce “paura delle paure”; ed anche la conclusione risulta sapiente dal punto di vista della vivacità della scrittura, in quanto il politologo accusa proprio la classe politica di non essere presente nel ruolo di guida del paese (anche se altri studiosi – come Luciano Canfora – si sono già apparsi scettici circa la possibilità reale dei governanti di indirizzare veramente il popolo verso i traguardi individuati), e di essere dunque “emigrata”.

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In attesa di affrontare il difficile scoglio rappresentato dalla definizione del Romanticismo, possiamo aiutarci facendo riferimento ad alcuni famosi dipinti ottocenteschi, partendo dai quali possiamo trarre alcuni interessanti spunti di riflessioni. Il primo è l’autoritratto di Tommaso Minardi, artista romagnolo vissuto nella prima metà del secolo.

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La tela risale al 1803, e mostra un giovane pittore dall’aria assorta, in un certo qual modo solenne nella sua malinconia. Il particolare che spicca di più è il nudo materasso su cui l’uomo è seduto, un giaciglio improvvisato che parla della povertà del Minardi, del fatto che la sua condizione materiale è precaria e modesta, anche se possiamo immaginare che la sua vocazione artistica lo faccia sentire ben superiore allo squallore della soffitta in cui è costretto a vivere. Lavorando di fantasia, potremmo anche aggiungere che quest’immagine ci fa pensare ai tanti patrioti italiani del Risorgimento (in genere profondamente nutriti di Romanticismo) che sono stati costretti a sistemarsi in alloggi precari come quello raffigurato, magari perché ricercati dalla polizia delle forze reazionarie che avevano ripreso il sopravvento nell’epoca della Restaurazione. Basti pensare a Piero Maroncelli (tra l’altro conterraneo di Minardi), il carbonaro le cui dolorose traversie furono descritte da Silvio Pellico (anch’egli d’altra parte imprigionato per volontà del governo austriaco) nel celeberrimo libro “Le mie prigioni”.

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Fondamentale fu, per lo sviluppo del movimento romantico, l’epoca in cui le truppe napoleoniche occuparono diversi paesi europei, provocando – per reazione – l’insorgere di sentimenti di orgoglio nazionale che risultarono in netta controtendenza rispetto al cosmopolitismo settecentesco. Questo accadde in misura molto rilevante in Germania, dove nel 1808 il grande filosofo Fichte riuscì a infervorare gli animi di molti giovani studenti, contribuendo in modo assai significativo allo sviluppo del Romanticismo nel paese che fu la vera culla del movimento. Importante è però anche – in ambito spagnolo – il dipinto di Goya qui sopra riprodotto, che raffigura la repressione del tentativo di resistenza all’invasione francese operato da un gruppo di patrioti madrileni. Il fatto avvenne il 3 maggio del 1808, ed il dipinto è passato alla storia come una condanna della brutalità di ogni guerra: si noti tra l’altro il particolare che più attira lo sguardo dell’osservatore, la camicia bianca dell’uomo in primo piano, la cui postura fa venire in mente quella di un Cristo crocifisso, accentuando così in modo parossistico la drammaticità della composizione.

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Anche se appartengono a momenti più tardi dell’Ottocento, altri due pittori da citare e da mettere in relazione con alcuni aspetti del Romanticismo sono Vincent Van Gogh e Paul Gauguin, che furono anche legati da amicizia reciproca. Il secondo, francese, incarna molto bene uno dei caratteri più tipici del movimento romantico, ovvero il desiderio di fuga dal mondo europeo e l’attrazione per mondi esotici. Indimenticabili i suoi dipinti scaturiti dai periodi trascorsi in Polinesia, aventi spesso per soggetto sensuali figure femminili immerse in una natura lussureggiante e del tutto antitetico rispetto all’alienante squallore delle metropoli occidentali. Illuminante il confronto con gli inquietanti scenari proposti da un altro artista d’eccezione, ancor più proiettato verso il Novecento, Edvard Munch

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Quanto a Van Gogh, possiamo considerarlo il prototipo dell’artista tormentato, che esprime attraverso le sue opere un animo divorato da una selvaggia tensione e da un umanissimo desiderio di essere compreso, ma destinato alla solitudine ed all’emarginazione anche perché troppo in anticipo rispetto ai suoi tempi. Non va trascurato il particolare della tragica morte del pittore, che si suicidò a soli 37 anni, nel 1890. Anche Gauguin, peraltro, non mancò di concepire il pensiero di togliersi la vita, e solo il caso lo salvò da un tentativo attuato con molta determinazione.

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