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Diario di un anno di scuola

settembre 2017

Una singolare affinità collega autori ben diversi tra loro quali Giuseppe Parini e Victor Hugo. Separati da un centinaio di anni, entrambi gli scrittori si preoccupano degli umili, delle persone che nella società occupano gli ultimi posti: fatto alquanto innovativo nella letteratura italiana fino agli inizi del decennio ’60 del Settecento, molto più normale un secolo più tardi, in Francia e non solo. Sappiamo che nel “Giorno” Parini critica attraverso l’ironia e la satira la nobiltà milanese, riguardo la quale pensa che dovrebbe ostentare di meno i propri privilegi e svolgere un ruolo fattivo e concreto nella società, contribuendo a far crescere la ricchezza generale e il benessere delle classi meno privilegiate. Una riforma che deve essere innanzi tutto morale, per poi investire l’economia e la politica. Gradualità, moderazione, conservazione di uno status quo che viene considerato intangibile nella sua essenza, ma che può certamente migliorare e progredire da più punti di vista.

Ma oltre al “Giorno”, Parini scrive anche numerose odi di stampo illuministico nelle quali, sfruttando magari delle occasioni contingenti, il poeta auspica ancora cambiamenti e una sostanziale modernizzazione del contesto in cui vive. Lo notiamo, tra l’altro, nel componimento intitolato “Il bisogno”; con questo termine l’autore si riferisce alla povertà, anzi, alla fame, che tiranneggia l’uomo spingendolo a commettere non di rado atti contro la legge. Esseri naturalmente miti e buoni possono rubare e addirittura uccidere dei loro simili, spinti dal bisogno impellente di sfamare se stessi e le proprie famiglie. Sono necessarie riforme che attenuino la povertà, è chiaro, ma nel frattempo sarebbe almeno apprezzabile che i magistrati si mostrassero clementi in occasioni simili, tenendo conto – come attenuante – della fame che ha trasformato in lupi coloro che potevano essere creature mansuete e rispettose della legge. Questo ha fatto un giudice svizzero di cui Parini celebra il pensionamento, e così dovrebbero comportarsi i suoi colleghi, anche se è evidente che il problema andrà affrontato da chi governa in modo più incisivo e radicale, fermo restando che Parini non è affatto un rivoluzionario, bensì un illuminista moderato ma tuttavia consapevole delle esigenze dei tempi nuovi.

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Nel 1862 è Victor Hugo a riprendere il tema del furto che scaturisce dal movente più semplice che si possa immaginare: la fame. Il protagonista di uno dei più grandiosi romanzi che siano stati scritti nell’800, Jean Valjean, commette semplicemente il furto di un pezzo di pane; da questo atto scaturiranno molte vicende drammatiche ed emozionanti, ma qui è importante ricordare che il narratore non si limita certo a chiedere comprensione a chi deve giudicare casi del genere, ma inserisce il fatto in un quadro di dimensioni gigantesche, che riguardano il suo paese ma anche l’umanità tutta, in un secolo in cui non si è affatto sopita l’ansia di giustizia sociale che si era prepotentemente affacciata alla ribalta della storia nel 1789, nonostante il tentativo che in questo senso era stato fatto nel periodo della Restaurazione. Pagine straordinarie vengono dedicate da Hugo a episodi di grande intensità, quali i tentativi rivoluzionari del 1832 e del 1848: se da un lato è presente la consapevolezza del fatto che gli eccessi sono pericolosi, dall’altro rimane indiscussa l’idea che tenere le moltitudini in uno stato di miseria e di abbrutimento è inaccettabile, tanto che lo scrittore non esita a riconoscere qualcosa di “santo” e di “venerabile” in quella furia che viene dal basso e tuttavia si ha a che fare con ideali nobili e profondamente umani.

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Tra i meriti di Hugo c’è poi anche il fatto di aver attuato in un certo qual modo una “rivoluzione” letteraria, contribuendo in maniera assai significativa a scardinare quel sistema dei generi che era rimasto indiscusso nella tradizione occidentale fin dall’antichità classica. In omaggio a tali convenzioni, le opere di carattere tragico non potevano avere per protagonisti che personaggi di elevata dignità sociale, quali regnanti, eroi, o addirittura semidei. Per contro, agli uomini comuni erano riservati solo ruoli in testi comici, ispirati alla vita quotidiana e finalizzati principalmente al divertimento. Con il lavoro teatrale “Il re si diverte”, invece, il padre del romanticismo francese propone la figura di un buffone di corte che si scontra con il re rinascimentale Francesco I, che ha sedotto sua figlia, l’unico affetto puro che l’uomo è riuscito a mantenere in una vita contrassegnata dall’astio provato nei confronti di chi lo deride per la sua deformità, e che il giullare ripaga con battute taglienti e sfacciate. La vicenda, dall’esito tragico, spicca soprattutto perché non era previsto che a un personaggio di bassa estrazione sociale venissero attribuiti sentimenti dignitosi e degni di un’indagine psicologica approfondita. Va poi ricordato che da tale dramma Francesco Maria Piave trasse nel 1851 il libretto di una delle opere liriche più popolari e amate di Giuseppe Verdi, il “Rigoletto.

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Importante è anche – nelle mattinate scolastiche – lo spazio che deve essere concesso all’attualità, con gli articoli da leggere e il dibattito che da essi può scaturire. Nei primissimi giorni dell’annata 2017-2018, molta attenzione è dedicata – sulle prime pagine dei quotidiani e sui siti web d’informazione – al tema del cosiddetto “ius soli”, il diritto di cittadinanza che dovrebbe essere conferito ai bambini o ai ragazzi nati sul territorio italiano da genitori stranieri. Possiamo dire che – al momento – vi sia tra i nostri connazionali una divisione tra due diverse posizioni: una, che potremmo definire genericamente “progressista”, favorevole a tale cambiamento, sia pure in una modalità “temperata” (la cittadinanza potrebbe non essere automatica, ma conseguenza della permanenza prolungata ne nostro paese e del compimento di un paio di cicli di studi); un’altra, “conservatrice”, concentrata sull’idea del mantenimento dello “ius sanguinis”. A partire dal 13 settembre abbiamo potuto prendere visione di alcuni interessanti articoli su tali argomenti, presi dal sito del quotidiano romano “Repubblica”. Il primo reca la prestigiosa firma di Ilvo Diamanti, uno dei massimi esperti di sociologia e politologia della nostra penisola. Il pezzo nasce dall’accostamento tra la notizia relativa al fatto che il Partito Democratico sembra aver rinunciato – almeno momentaneamente – a proporre la legge nella consapevolezza del rischio di subire una pericolosa sconfitta parlamentare; e la divulgazione dei risultati di un importante sondaggio, relativo al rapporto tra italiani e cittadini stranieri che vivono nel nostro paese. Da tale indagine demoscopica risulta che a prevalere, in questo momento è la paura, in una misura non nuova, ma tuttavia più accentuata che in anni passati, nonostante poi il numero complessivo dei reati commessi pare essere in diminuzione. Di questo fatto Diamanti “accusa”, per così dire, i mezzi di informazione che – anche per attirare maggiormente l’attenzione dei fruitori – enfatizzano in modo quasi morboso fatti di cronaca certamente gravi, ma che forse non costituiscono la regola. Ma un ruolo importante lo svolgono anche i politici, che – soprattutto nell’ambito di certi schieramenti – cercano di spingere sul pedale della sicurezza allo scopo di guadagnare il favore degli elettori nell’imminenza di importanti consultazioni. Così, in questa occasione, anche un partito tendenzialmente più favorevole ad una società “aperta” come il PD preferisce non rischiare di perdere consensi. Diamanti gioca quindi dal punto di vista retorico sul concetto di paura, sottolineando che gli schieramenti politici soffrono di quella che lui definisce “paura delle paure”; ed anche la conclusione risulta sapiente dal punto di vista della vivacità della scrittura, in quanto il politologo accusa proprio la classe politica di non essere presente nel ruolo di guida del paese (anche se altri studiosi – come Luciano Canfora – si sono già apparsi scettici circa la possibilità reale dei governanti di indirizzare veramente il popolo verso i traguardi individuati), e di essere dunque “emigrata”.

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In attesa di affrontare il difficile scoglio rappresentato dalla definizione del Romanticismo, possiamo aiutarci facendo riferimento ad alcuni famosi dipinti ottocenteschi, partendo dai quali possiamo trarre alcuni interessanti spunti di riflessioni. Il primo è l’autoritratto di Tommaso Minardi, artista romagnolo vissuto nella prima metà del secolo.

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La tela risale al 1803, e mostra un giovane pittore dall’aria assorta, in un certo qual modo solenne nella sua malinconia. Il particolare che spicca di più è il nudo materasso su cui l’uomo è seduto, un giaciglio improvvisato che parla della povertà del Minardi, del fatto che la sua condizione materiale è precaria e modesta, anche se possiamo immaginare che la sua vocazione artistica lo faccia sentire ben superiore allo squallore della soffitta in cui è costretto a vivere. Lavorando di fantasia, potremmo anche aggiungere che quest’immagine ci fa pensare ai tanti patrioti italiani del Risorgimento (in genere profondamente nutriti di Romanticismo) che sono stati costretti a sistemarsi in alloggi precari come quello raffigurato, magari perché ricercati dalla polizia delle forze reazionarie che avevano ripreso il sopravvento nell’epoca della Restaurazione. Basti pensare a Piero Maroncelli (tra l’altro conterraneo di Minardi), il carbonaro le cui dolorose traversie furono descritte da Silvio Pellico (anch’egli d’altra parte imprigionato per volontà del governo austriaco) nel celeberrimo libro “Le mie prigioni”.

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Fondamentale fu, per lo sviluppo del movimento romantico, l’epoca in cui le truppe napoleoniche occuparono diversi paesi europei, provocando – per reazione – l’insorgere di sentimenti di orgoglio nazionale che risultarono in netta controtendenza rispetto al cosmopolitismo settecentesco. Questo accadde in misura molto rilevante in Germania, dove nel 1808 il grande filosofo Fichte riuscì a infervorare gli animi di molti giovani studenti, contribuendo in modo assai significativo allo sviluppo del Romanticismo nel paese che fu la vera culla del movimento. Importante è però anche – in ambito spagnolo – il dipinto di Goya qui sopra riprodotto, che raffigura la repressione del tentativo di resistenza all’invasione francese operato da un gruppo di patrioti madrileni. Il fatto avvenne il 3 maggio del 1808, ed il dipinto è passato alla storia come una condanna della brutalità di ogni guerra: si noti tra l’altro il particolare che più attira lo sguardo dell’osservatore, la camicia bianca dell’uomo in primo piano, la cui postura fa venire in mente quella di un Cristo crocifisso, accentuando così in modo parossistico la drammaticità della composizione.

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Anche se appartengono a momenti più tardi dell’Ottocento, altri due pittori da citare e da mettere in relazione con alcuni aspetti del Romanticismo sono Vincent Van Gogh e Paul Gauguin, che furono anche legati da amicizia reciproca. Il secondo, francese, incarna molto bene uno dei caratteri più tipici del movimento romantico, ovvero il desiderio di fuga dal mondo europeo e l’attrazione per mondi esotici. Indimenticabili i suoi dipinti scaturiti dai periodi trascorsi in Polinesia, aventi spesso per soggetto sensuali figure femminili immerse in una natura lussureggiante e del tutto antitetico rispetto all’alienante squallore delle metropoli occidentali. Illuminante il confronto con gli inquietanti scenari proposti da un altro artista d’eccezione, ancor più proiettato verso il Novecento, Edvard Munch

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Quanto a Van Gogh, possiamo considerarlo il prototipo dell’artista tormentato, che esprime attraverso le sue opere un animo divorato da una selvaggia tensione e da un umanissimo desiderio di essere compreso, ma destinato alla solitudine ed all’emarginazione anche perché troppo in anticipo rispetto ai suoi tempi. Non va trascurato il particolare della tragica morte del pittore, che si suicidò a soli 37 anni, nel 1890. Anche Gauguin, peraltro, non mancò di concepire il pensiero di togliersi la vita, e solo il caso lo salvò da un tentativo attuato con molta determinazione.

Scheda sul romanzo “Il Gattopardo”, di Tomasi di Lampedusa

Molti scrittori, nel ‘900, non si spesero solo nell’elaborazione di numerosi testi di varia natura (poesie, romanzi, drammi, saggi), ma si ritagliarono anche una dimensione pubblica, impegnandosi in settori quali la scuola, l’università, l’editoria, talvolta anche nella politica, nell’emittenza radiotelevisiva o nell’imprenditoria privata. Ben diverso è invece il caso dell’autore del “Gattopardo”, Giuseppe Tomasi, che fu sostanzialmente un dilettante di altissimo livello, un gran signore di straordinaria cultura, legato alla sua Sicilia ma aperto anche all’Europa, che scrisse sostanzialmente un unico capolavoro destinato anche a incontrare qualche difficoltà nella pubblicazione.
Il principe di Lampedusa lavorò al suo romanzo intorno alla metà degli anni ’50 (era nato nel 1896) e nel ’57 provò a farlo pubblicare. Sappiamo che l’opera fu rifiutata da Elio Vittorini – scrittore anch’egli siciliano e funzionario della casa editrice Einaudi – che pure non disconobbe il valore del testo, anche se riteneva che fossero necessarie delle modifiche. Neppure la Mondadori si assunse quest’onere, e fu invece Giorgio Bassani a volere che il romanzo uscisse per la Feltrinelli. Era il 1958, e Tomasi era già scomparso da qualche mese per una grave malattia.
La decisione di Bassani fu assai intelligente anche dal punto di vista economico, visto che del “Gattopardo” molte furono le copie vendute, ma non mancarono polemiche nel mondo della critica, sia in quella di sinistra che in quella di ispirazione cattolica. Le accuse riguardarono sia l’impostazione del romanzo, considerato poco moderno, sia i contenuti, giudicati privi di slanci ideali (ed ideologici), “decadenti”, venati di un eccessivo pessimismo.
Come spesso avviene, le polemiche intorno al “Gattopardo” si sono poi rivelate ingenerose ed ispirate da una situazione storico-politica particolare, quella dell’Italia da poco uscita dalla guerra e dal fascismo, in cui l’impegno politico e l’indicazione e l’auspicio di un futuro migliore e più giusto dal punto di vista sociale sembrava d’obbligo per gli intellettuali. In realtà il libro di Tomasi merita il massimo rispetto, e se non si può negare il suo essere legato ad una tradizione siciliana , va anche detto che l’introspezione psicologica e la dimensione del recupero memoriale mettono “Il Gattopardo” in collegamento con le opere di alcuni grandi ed innovativi narratori europei di inizio Novecento, quali Proust, Joyce e Virginia Woolf, che in realtà non erano ancora molto conosciuti in Italia, e che Tomasi era invece in grado di leggere con naturalezza in lingua originale. (1)
La trama del romanzo ci porta indietro quasi esattamente di cento anni rispetto all’epoca della composizione. Tra la primavera e l’estate del 1860 il sud d’Italia e la Sicilia sono investiti dall’ondata risorgimentale e garibaldina che spazzerà via la monarchia borbonica. Il problema dell’aristocrazia locale, legata ovviamente alla casata reale vacillante, è come non perdere i privilegi da secoli detenuti. Chi non sembra avere dubbi sull’atteggiamento da tenere è il giovane nobile siciliano Tancredi Falconieri: egli vuole schierarsi apertamente con le camicie rosse di Garibaldi e guadagnare dei meriti da far valere poi per entrare a far parte, a pieno titolo, della nuova classe dirigente. Tancredi comunica questa sua decisione allo zio, il principe di Salina don Fabrizio, un uomo di mezza età ancora molto prestante fisicamente e dotato di un grande fascino personale, colto, ovviamente raffinato ed ironico. Don Fabrizio è però consapevole di essere avviato verso la china discendente della sua vita, non può rappresentare il nuovo e non ritiene giusto assumere personalmente un ruolo pubblico nelle vicende drammatiche che stanno per determinare il futuro dell’Italia. Approva però, dopo una breve esitazione, la scelta di suo nipote (per il quale ha una vera predilezione, ritenendolo il giovane più brillante della sua casata); pochi mesi più tardi, lo stesso principe dichiarerà pubblicamente (anche se non con molta enfasi) la propria intenzione di voto nel plebiscito sull’annessione della Sicilia al nuovo regno d’Italia. Non solo, ma approverà le nozze di Tancredi con Angelica, la bellissima figlia di un ricco arrampicatore sociale borghese, don Calogero Sedara sindaco di Donnafugata, un piccolo paese feudo dei Salina. Costui ha costruito le proprie fortune amministrando i beni dei grandi latifondisti ed ha approfittato dei grandi rivolgimenti storici in corso per attuare speculazioni finanziarie vantaggiose; naturalmente, poi, non ha esitato a schierarsi politicamente – e in modo assai vistoso – con i vincitori (2).
Don Fabrizio, invece, continua a comportarsi con moderazione, non solo per calcolo, ma soprattutto per l’estrema lucidità con cui giudica, dall’alto di un’intelligenza superiore e del tutto disincantata, le vicende in corso: rifiuta infatti l’offerta – fattagli a nome dello stesso re Vittorio Emanuele da un funzionario piemontese venuto appositamente a Donnafugata –di entrare a far parte del Senato del Regno. Seguirà poi un altro momento indimenticabile, quello in cui Angelica sarà presentata ufficialmente in società come futura sposa di Tancredi, nel corso di un ballo presso il palazzo di un’altra aristocratica famiglia palermitana.
Il romanzo si prolunga poi con altri due capitoli: quello in cui viene descritta la morte del principe, ed un altro, in cui vediamo le figlie di don Fabrizio stesso, ormai anziane e rimaste nubili, confrontarsi con un prelato intorno a delle questioni di scarsissima rilevanza (il valore religioso di certe presunte reliquie appartenenti alla famiglia), simbolo di un mondo del tutto sorpassato e destinato ad essere dimenticato per sempre. Queste due parti non sono state affatto prese in considerazione dal regista Luchino Visconti, che nel 1963 ricavò dal romanzo un bellissimo film, terminante con la fastosa scena del ricevimento.
Nel primo dei momenti narrativi che abbiamo citato, quello del colloquio tra il principe e suo nipote, incontriamo la celeberrima frase che è divenuta l’emblema del romanzo stesso: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. A pronunciarla è Tancredi che – nel momento in cui dichiara di volersi schierare con i garibaldini, dà prova di un considerevole cinismo: non fa affatto riferimento a motivazioni ideali, ma solo alla volontà di non perdere una posizione sociale chiaramente invidiabile. A proposito della figura di Tancredi potremmo in ogni caso citare i due giganti del pensiero politico del Rinascimento italiano: Machiavelli e Guicciardini. Il giovane sembra infatti possedere quella spiccata tendenza all’attivismo che il primo dei due scrittori auspica per il suo “principe” ideale: Tancredi vuole certo mantenere i suoi vantaggi, ma al contempo desidera partecipare all’azione, far valere le sue capacità; si dimostra “audace” e non “respettivo” (3), e questo fa di lui in un certo qual modo un personaggio da romanzo ottocentesco, molto diverso da quegli inetti che hanno suggerito a Giacomo Debenedetti la felice metafora dello “sciopero dei protagonisti” che sembra caratterizzare la narrativa del primo Novecento. Quanto al Guicciardini, inevitabile chiamarlo in causa per via del concetto del “particulare” (l’interesse privato ed egoistico) che, secondo lo scrittore fiorentino ispira pressoché inevitabilmente le azioni degli uomini. Ma, proprio come Guicciardini non va scambiato per un volgare sostenitore di quello che oggi chiameremmo “familismo amorale”, così non bisogna pensare (e tuttavia questo avvenne) che Tomasi guardi con simpatia ad atteggiamenti di questo tipo. Il principe di Salina capisce che quello che si sta vivendo è il momento in cui Tancredi può divenire, in una certa misura, protagonista dei fatti storici che si stanno attuando, e ne approva la scelta, acquistando consapevolezza – nel contempo – del fatto il mondo è sempre andato così – piaccia o meno – e che, per quanto lo riguarda, l’età raggiunta già gli impone un ripiegamento nell’ambito della riflessione e nell’attesa della morte, che può accettare solo rifugiandosi nell’autoironia, dietro la quale si cela comunque una profonda amarezza. Tornando a Machiavelli e a Guicciardini, diremo infine che Tancredi sembra essere un personaggio ispirato dalla loro lezione anche per la capacità dimostrata di valutare con grande rapidità la situazione storica che si sta vivendo: l’ultimo re dei Borboni, Franceschiello, è una figura di scarso valore politico, destinata a soccombere, ed anche questa considerazione contribuisce a rendere salda la decisione del ragazzo, desideroso non solo di vantaggi ma anche di un nuovo palcoscenico sul quale far brillare le proprie capacità.
Di grande suggestione ed intensità è la scena dell’incontro tra il principe e l’inviato sabaudo Chevalley (4). Qui forse si tocca il vertice del pessimismo che l’autore esprime attraverso il personaggio più importante della sua opera. Don Fabrizio inizialmente fatica a capire cosa voglia dire essere senatore, poi, di fronte alle retoriche precisazioni di Chevalley, oppone un netto rifiuto. Il piemontese non si capacita di ciò, e allora il principe comincia a spiegare, prima facendo riferimento alla storia della Sicilia, caratterizzata da secoli e secoli di dominazioni subite che hanno fatto sviluppare negli isolani una tendenza alla capziosità e all’inerzia; poi chiama in causa il clima, con una serie di accuse alla natura “matrigna” che fanno quasi pensare a Leopardi, e giunge a fondere poi le due componenti, quella storica e quella climatica, per arrivare a definire la psicologia dei siciliani attraverso la formula della “terrificante insularità d’animo”, che si coniuga poi a uno smisurato orgoglio: “I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria”. Chevalley fatica non poco a capire, ma in ogni caso il principe gli fa il nome di Sedara come un possibile candidato al seggio senatoriale, e i due si lasciano comunque dichiarandosi una reciproca stima, anche se consapevoli di essere separati da una distanza incolmabile. Nel finale dell’episodio il narratore ci porta tra i pensieri di don Fabrizio, ed è a questo punto che possiamo leggere la famosa frase: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”. Le ultimissime righe, con la descrizione dell’allontanamento in carrozza del funzionario, si rifanno ancora al concetto di natura “matrigna”, con il paesaggio siciliano che viene definito “irredimibile”, con un termine che suscitò sconcerto e malumore in un lettore illustre quale Leonardo Sciascia.
Infine, il ballo. L’occasione mondana è importante per i Salina perché servirà a ufficializzare il fidanzamento di Tancredi con la figlia di un nuovo ricco, decisione prima inconcepibile per la casta dei grandi aristocratici palermitani, ma che, nei tempi nuovi che si stanno affermando, comincia ad apparire sensata ed allettante, anche perché a suo favore giocano il prestigio personale del principe e la straordinaria carica vitale di cui Angelica è portatrice, e che si contrappone all’atmosfera piuttosto antiquata del palazzo che ospita gli invitati. Tra questi, il più consapevole dello scorrere inesorabile del tempo è naturalmente don Fabrizio, che tende a isolarsi dai gruppi dei conversatori, dedicandosi a pensieri alquanto lugubri. Arriva infatti ad immaginare la scena del proprio trapasso, ispirato dalla contemplazione di un dipinto che raffigura un uomo morente circondato dalla sua famiglia, che il padrone di casa tiene in un piccolo salotto in cui il principe si è rifugiato. Qui il protagonista è raggiunto da Angelica e Tancredi, e proprio a questo punto il giovane dice – anche in questo caso con ironia – “Ma cosa stai guardando? Corteggi la morte”. Peraltro, poco dopo, don Fabrizio avrà occasione di sentirsi ancora vivo e nel pieno possesso del suo fascino, ballando con Angelica tra gli sguardi ammirati di tutti i presenti. Ma ciò non cancella l’impressione che l’idea dell’attesa della morte, più desiderata che temuta, prevalga nell’animo del principe, rappresentando una delle note principali del romanzo, se non la dominante.
Ma, pur contribuendo a mettere in risalto questo elemento che potremmo definire di carattere esistenziale, la scena del ballo (che si colloca nel novembre del 1862) rafforza anche la componente storica che rimane centrale nel “Gattopardo”, e ciò avviene per un preciso motivo. Tra gli invitati è infatti presente il colonnello Pallavicino, l’ufficiale del regio esercito che pochi mesi prima ha fermato sull’Aspromonte – in Calabria – il tentativo di Garibaldi che, alla testa di un nuovo gruppo di suoi fedeli, era intenzionato a marciare verso Roma, per offrire all’Italia da poco unificata la sua capitale naturale. Tutti gli occhi sono puntati sul colonnello, e molta è la benevolenza nei suoi confronti da parte degli aristocratici palermitani, che vedono in uomini come lui i garanti di un ritorno all’ordine dopo gli sconvolgimenti che hanno portato alla fine del regno borbonico, evento che essi hanno accettato, come sappiamo, nella speranza di non perdere i loro privilegi. Ora è arrivato il momento di mettere fine alle scorribande garibaldine, che potrebbero sempre portare con sé – questo è il timore dei possidenti – il rischio che venga in qualche modo messa in discussione la proprietà privata (5). Pallavicino è presentato dal narratore come un uomo assai vanesio, sensibile ai complimenti, specie se vengono dalle dame, nei confronti delle quali si dimostra assai galante, pur nei limiti dell’etichetta. Spicca anche la retorica con la quale continua a parlare dell’episodio che lo ha reso famoso, insistendo sull’ammirazione che egli ha provato nei confronti di Garibaldi, davanti al quale si è inginocchiato, pur avendo ordinato ai suoi soldati di sparargli. Il generale, che riportò in quell’occasione la celebre ferita alla gamba, viene dall’ufficiale descritto come un puro idealista, circondato però da pericolosi avventurieri, canaglie interessate a seminare il disordine, dalle quali l’eroe doveva essere liberato. Tanta enfasi finisce per seccare il principe, che non nasconde a Pallavicino il suo malumore. Questi tuttavia non si scompone e continua imperterrito a tenere banco, ed esprime le proprie perplessità sulla situazione italiana, rispetto alla quale pronuncia una frase molto significativa (“Mai siamo stati tanto disuniti come da quando siamo riuniti”) che il principe non può fare a meno di trovare sensata. Anzi, il narratore, giungendo qui a rendersi sostanzialmente indistinguibile rispetto a don Fabrizio, pur non rinunciando al tono ironico con cui spesso nel romanzo si reagisce all’amarezza, attribuisce al colonnello una capacità di vedere chiaramente il futuro che va decisamente oltre il valore non troppo spiccato dell’uomo: “Forse un po’ brillo, profetava. Don Fabrizio dinanzi alle prospettive inquietanti si sentiva stringere il cuore”.
In conclusione, quindi, al di là delle polemiche che suscitò nei tardi anni ’50 del Novecento, “Il Gattopardo” è un grande romanzo, capace di riassumere in sé sia alcune delle componenti tipiche della grande stagione del decadentismo europeo (il disorientamento dell’intellettuale di fronte al problema del senso dell’esistenza del singolo individuo e dei drammi della storia) sia il disagio per la specifica situazione dell’Italia, allora come adesso lontana da un profondo spirito unitario, nonostante il tentativo- operato dalle classi dirigenti – di elaborare dei miti fondativi (6) che non di rado appaiono però minati alla base da un’eccessiva retorica e dal prevalere degli interessi egoistici sui nobili ideali, tanto da rischiare di apparire poco credibili e incapaci di generare coesione in un popolo storicamente abituato soprattutto alle divisioni e ai contrasti.
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NOTE: (1) Abbiamo fatto cenno ad una tradizione letteraria siciliana nella quale il Risorgimento viene presentato con più luci che ombre, e diremo che ad essa appartengono Verga con la novella “Libertà”, De Roberto con il suo capolavoro “I Vicerè”, nonché lo stesso Pirandello, che del problema storico-politico della Sicilia e dell’Italia si è occupato con il romanzo “I vecchi e i giovani”.
A proposito della citazione di scrittori come Joyce e la Woolf, appartenenti a quella corrente della letteratura inglese di primo Novecento chiamata “modernismo” (cui sono stati associati anche autori non anglosassoni quali appunto Proust o gli italiani Svevo e Pirandello), diremo che – naturalmente – oggi la vicinanza di Tomasi a questa tendenza (caratterizzata da forti componenti analitiche e psicologiche) appare soltanto un titolo di merito, anche se in altri tempi scrittori come quelli nominati sono stati etichettati negativamente come “decadenti”, cioè troppo inclini al pessimismo ed all’autocompiacimento rispetto ai disagi esistenziali provati da loro stessi e dai personaggi delle loro opere.
(2) Il fatto che Sedara si sia arricchito anche erodendo parti dei latifondi sterminati dei Salina è chiaro agli occhi dello stesso principe, e fa oltre tutto tornare in mente la novella verghiana “La roba”, nella quale il protagonista Mazzarò – uomo del popolo divenuto ricchissimo grazie ad accorte speculazioni e inseguendo un suo atavico desiderio di terra – ricorda con sarcasmo la cecità dei nobili che, considerando poco elegante preoccuparsi dei loro beni, si sono lasciati spogliare progressivamente dai loro amministratori e da profittatori vari, tra cui lo stesso Mazzarò.
(3) Sembra ben adattarsi al modo di agire di Tancredi questo celebre passo del “Principe” machiavelliano (capitolo XXV): “Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perchè la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perchè sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.”
(4) Nelle pagine che precedono l’incontro con il principe, Chevalley si trova ad essere vittima delle spiritosaggini del figlio maggiore del suo ospite, che si diverte a spaventarlo con il racconto di alcuni fatti di sangue accaduti a Donnafugata: prima di cedere del tutto alla paura, il funzionario cerca di ostentare sicurezza accusando di inefficienza la polizia borbonica e affermando che sarà sufficiente l’invio in Sicilia di forti presidi di carabinieri sabaudi per far calare drasticamente il numero di omicidi e sequestri di persona. Tale idea rispecchia molto bene l’atteggiamento che effettivamente fu tenuto da tanti governi sia del tardo ‘800 che del ‘900, e fa venire alla mente – tra l’altro una scena della prima parte del film “Salvatore Giuliano”, firmato dal regista Francesco Rosi nel 1962. In questa celebre pellicola vediamo infatti le azioni di rastrellamento operate subito dopo la fine della seconda guerra mondiale (nel biennio 1945-46) a Montelepre, il paese natale del famoso bandito accusato della strage di Portella della Ginestra. I fotogrammi che si susseguono in questa fase del film, con i carabinieri che in gran numero entrano casa per casa arrestando tutti i maschi adulti, danno l’idea di una vera e propria occupazione militare, rispetto alla quale non può scaturire nella popolazione locale niente altro che paura, odio e una sensazione di separazione profonda tra la Sicilia e lo Stato.
(5) Uno dei più grandi storici della nostra epoca, Mario Isnenghi, ha ricordato più volte come il decennio ’60 dell’Ottocento sia stato caratterizzato da quello che lo studioso definisce un clima di “guerra civile strisciante” tra le due componenti principali dello schieramento risorgimentale: quello moderato, sabaudo, e quello garibaldino, che in un certo senso potremmo chiamare “rivoluzionario”. Secondo Isnenghi tale contrapposizione è percepibile – tra l’altro – nella letteratura memorialistica garibaldina (in particolar modo nei testi di Alberto Mario) e trovò una plastica rappresentazione in tre celebri episodi: nell’incontro di Teano, nello scontro sull’Aspromonte e nella vicenda successiva alla vittoria di Garibaldi a Bezzecca, nel corso della III guerra d’indipendenza. Peraltro, lo storico precisa che in tutte queste circostanze il generale diede prova di un ammirevole senso di responsabilità, rinunciando a forzare situazioni che veramente sarebbero potute diventare pericolose, anche se ciò gli costò dure critiche da sinistra (anche dallo stesso Marx).
Si può anche ricordare che nel 1868 Giosue Carducci fu sospeso dall’insegnamento che impartiva dalla sua cattedra nell’Università di Bologna, per aver sottoscritto un documento di pubblico elogio nei confronti di Mazzini e Garibaldi; e pure questo episodio sembra rientrare nel quadro tracciato da Isnenghi.
Diremo infine che, nel film tratto dal “Gattopardo”, il regista Visconti ha voluto ulteriormente accentuare l’idea che i moderati abbiano voluto una sorta di “resa dei conti” nei confronti delle camicie rosse: infatti, nel corso del ballo viene ricordato che dei garibaldini ribelli che non hanno accettato la resa del loro comandante in Calabria stanno per essere fucilati; addirittura, quando i protagonisti, ormai all’alba, si accingono a tornare a casa in carrozza, si sentono gli spari dell’esecuzione. Tale episodio – che nel romanzo non compare – vede Tancredi cinicamente soddisfatto, nonostante il fatto che i condannati siano stati suoi compagni nella spedizione dei Mille. Chi si addolora per tutto ciò è Concetta, la figlia del principe che, pur innamorata da sempre del cugino, gli rimprovera di essere cambiato e di aver tradito i suoi (presunti) ideali.
(6) Vorremmo precisare che sussiste una differenza assai netta tra chi esprime perplessità su tali miti fondativi e chi – come si è non di rado verificato in tempi recenti – pretenderebbe di liquidarli in nome di atteggiamenti revisionistici assai discutibili dal punto di vista storico. Tomasi di Lampedusa non lascia spazio nel suo romanzo a vane nostalgie borboniche, tuttavia non tace intorno ad alcune storture relative al processo di annessione della Sicilia e del Meridione al nuovo regno. In tal senso episodio importante del “Gattopardo” è anche quello in cui, in un colloquio con il principe, l’organista della chiesa di Donnafugata, don Ciccio Tumeo, rivela che nel plebiscito per l’annessione della Sicilia aveva votato “no”, ma dai risultati ufficiali era emerso che tutti gli abitanti del luogo avevano votato “sì”. Dunque almeno un broglio elettorale c’era stato. Magari fu un solo caso, o forse ce ne furono altri, a Donnafugata o altrove, ma probabilmente il “sì” avrebbe vinto comunque. Il narratore però attribuisce un valore simbolico a quanto subito da don Ciccio, mettendo in relazione quel broglio con tanti altri casi più gravi che avrebbero compromesso (e compromettono ancora) la credibilità della vita politica al sud (e non solo).
Inoltre, sempre parlando con Chevalley, don Fabrizio muove anche dei rimproveri – sia pur cortesi – piuttosto precisi a chi dal Nord ha diretto il processo risorgimentale: dice cioè che molte decisioni sono state prese senza consultare i siciliani, accusando così Cavour e i suoi successori di aver dimostrato una tendenza accentratrice che fu poi confermata per molto tempo nella storia dell’Italia unita.
Aggiungiamo, marginalmente, che in tempi assai vicini alla pubblicazione del romanzo in questione, uscì un film alieno da posizioni agiografiche rispetto ad un altro dei miti fondativi della patria, quello della vittoria riportata dal nostro paese nel primo conflitto mondiale, “La grande guerra” di Mario Monicelli. Era il 1959, e roventi furono le polemiche nei confronti della pellicola, accusata di aver tradito gli ideali patriottici e di aver messo al centro della narrazione dei soldati che non aspirano a essere celebrati come eroi ma che vorrebbero solo sopravvivere.

 

Appunti su Verga

• Volendo partire dalla questione degli influssi che Verga può aver esercitato su scrittori di epoche successive, potremmo dire che l’autore siciliano si è posto come punto di riferimento pressoché imprescindibile per chiunque, nel corso del ‘900, abbia raccontato in modo oggettivo e diretto frammenti di realtà relativi alla vita di gente umile, soprattutto a proposito del meridione del nostro paese. Ma in realtà anche uno scrittore piemontese come Beppe Fenoglio, dovendo raccontare la durezza dell’esistenza dei contadini delle Langhe, non ha potuto esimersi dal trarre ispirazione dall’autore dei “Malavoglia”, il primo che sia stato di capace di rifuggire da qualsiasi idealizzazione e dai facili pietismi che spesso hanno accompagnato la descrizione delle fatiche dei “vinti”, gli ultimi che non possono sperare in alcun riscatto.
• Naturalmente l’esperienza di Verga si inserisce nel contesto della grande fioritura ottocentesca del realismo, resa possibile dall’affermazione indiscussa del romanzo come nuovo genere di notevole duttilità. Nella letteratura italiana del XIX secolo è impossibile non citare Manzoni, certo molto diverso dall’autore siciliano sia per la tecnica narrativa, sia per il ruolo concesso al concetto di provvidenza; ma i due scrittori sono però accomunati dal fatto di riconoscere dignità ai sentimenti e alle vicende della povera gente, non meno di illustri contemporanei quali Victor Hugo e Dostoevskij.
• Si diceva della tecnica narrativa: se Manzoni si affida al narratore esterno onnisciente, caratteristico della prima fase del secolo e legato ad un’impostazione pedagogica della scrittura, Verga segue la tendenza manifestatasi dalla metà dell’800, soprattutto grazie al prestigio di un prestigioso narratore francese, Gustave Flaubert, l’autore di “Madame Bovary”: alludiamo alla tecnica dell’impersonalità.
• In nome di tale tecnica l’autore riduce al minimo – o cancella del tutto – gli interventi personali tesi a commentare le vicende e ad operare raccordi tra i diversi momenti, a beneficio del lettore. L’idea è quella di mettere i fruitori del romanzo di fronte ad una “tranche de vie”, una serie di scene di vita vissuta, come se i fatti si narrassero da sé. Va detto che Verga si distingue dai colleghi francesi per alcuni accorgimenti tecnici di grande originalità, la cui spiegazione rimandiamo a un prossimo momento.
• Concludiamo – per ora – chiarendo appunto che Flaubert non è l’unico scrittore francese ad avvalersi dell’impersonalità: va citato almeno un altro grande romanziere transalpino che si propose come una sorta di discepolo dell’autore di “Madame Bovary”, Émile Zola, autore di un vasto ciclo di romanzi sui casi – generalmente piuttosto drammatici – di operai e di altre figure marginali dell’epoca di Napoleone III. Zola condivide con Verga la base filosofica rappresentata dal positivismo. Sono anni, quelli della seconda metà dell’800, in cui particolarmente forte è anche l’influsso della teoria darwiniana, che induce i letterati a rappresentare la società umana come un terreno di lotta per la sopravvivenza in cui sopravvivono i più adatti, mentre altri soccombono miseramente.
• Ma mentre Zola è convinto che il ruolo del narratore possa e debba essere assai utile alla società, Verga è caratterizzato da un pessimismo fatalistico che lo induce a pensare che nulla potrà mai cambiare. Zola, decisamente progressista, è convinto del valore informativo delle sue opere: il pubblico borghese, grazie alla lettura di tali opere, potrà rendersi conto che, se i lavoratori delle classi più umili finiscono spesso per cadere nell’alcolismo e le loro donne tendono non di rado a prostituirsi, ciò dipende non da un’innata tendenza al vizio, ma dalle condizioni in cui vivono, ovvero dall’ambiente. Migliorata la loro situazione, grazie a riforme che i politici devono intraprendere anche in virtù della pressione dell’opinione pubblica opportunamente influenzata da scrittori e giornalisti illuminati, questi tristi fenomeni potranno attenuarsi, se non sparire del tutto. Verga invece non crede nel progresso, e se nei suoi scritti denuncia di fatto le ingiustizie subite dai più deboli – si pensi al problema del lavoro minorile trattato in “Rosso Malpelo” – non crede affatto nel ruolo dello scrittore progressista, ed anzi manifestò, in certe sue prese di posizione su vicende pubbliche, inclinazioni al conservatorismo o addirittura al militarismo reazionario.
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Note: a proposito del primo punto, ricordo che l’opera più significativa a proposito della dura condizione dei contadini piemontesi è “La malora”, del citato Fenoglio. Ma molti scrittori – anche meridionali – hanno tratto spunto da Verga: tra questi, Ignazio Silone con “Fontamara” e Francesco Jovine con “Le terre del Sacramento”, testi caratterizzati dal racconto di lotte per i diritti dei contadini, duramente represse dal fascismo. A proposito di Flaubert, ricordo anche il racconto “Un cuore semplice”, opera notevolissima basata sull’umile vita di un’anziana contadina che sembra incarnare perfettamente la purezza di spirito esaltata nei Vangeli. Infine, quando parlo – nell’ultimo paragrafo – delle inclinazioni reazionarie di Verga, mi riferisco in particolar modo al suo atteggiamento nei confronti dei moti milanesi del 1898, repressi con durezza dalle truppe del generale Bava Beccaris, che lo scrittore giustificò in modo chiaro, anteponendo l’ordine alle aspirazioni egualitarie del popolo affamato. Zola invece esplicò nel modo più chiaro la sua natura di intellettuale progressista, battendosi con forza contro l’antisemitismo di settori delle alte gerarchie militari nel celebre “Affaire Dreyfuss”.

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Appunti sugli stratagemmi narrativi di Verga

  • Nato a Catania nel 1840 ed attivo a livello letterario fin dagli anni ’60 del XIX secolo, Verga aveva concentrato inizialmente la sua attenzione su storie alquanto diverse rispetto a quelle che lo hanno poi reso famoso. I romanzi giovanili sono raccontano infatti storie a tinte forti, con protagonisti giovani nobili o poeti romantici che vivono passioni intense con donne fuori dal comune: attrici, ballerine, talvolta persino nobili russe. Domina, in questo contesto, il patetismo accompagnato da un’atmosfera vagamente peccaminosa che poteva esercitare un certo fascino sui lettori borghesi dell’Italia appena unificata dopo la II guerra d’indipendenza.
  • La svolta avviene nel 1874 con “Nedda”, un racconto ambientato in Sicilia con protagonista una giovanissima contadina molto povera che mette al mondo una bambina senza essersi potuta sposare col giovane che ama. Nedda perderà sia la madre che la neonata, in un susseguirsi di stenti e di soprusi subiti, di fronte ai quali non può far altro che chinare la testa, in silenzio.
  • Se tutto ciò appare già in sintonia con le atmosfere tipiche delle opere maggiori, quelle appartenenti alla fase del Verismo, diverso è il discorso riguardo al modo in cui la storia viene raccontata. Lo scrittore sceglie infatti la tradizionale tecnica del narratore esterno onnisciente, ottenendo così un risultato poco incisivo: l’effetto è quello di una facile commiserazione nei confronti della protagonista, verso la quale l’autore – dall’alto della sua posizione privilegiata – rivolge uno sguardo pietoso ma alla fine superficiale.
  • Tutto cambia con “Rosso Malpelo”, l’eccellente novella scritta quattro anni dopo e poi pubblicata nella raccolta “Vita dei campi”. Qui abbiamo innanzi tutto l’artificio della regressione, su cui si è soffermato in particolare il critico Guido Baldi. In virtù di tale accorgimento, la storia non risulta narrata dallo scrittore, uomo di cultura e benestante e quindi necessariamente lontano, per quanto signorilmente impietosito, dai drammi di un giovanissimo minatore siciliano, orfano di padre e presto induritosi nell’animo di fronte alle difficoltà della vita e ai pregiudizi altrui. I lettori entrano nel cuore delle vicende grazie alla voce di un anonimo narratore (che comunque non dice mai “io”) che potrebbe essere un testimone appartenente allo stesso ceto del protagonista, e sembra rivolgersi non ai lettori colti di città quali Milano o Firenze, ma a persone del luogo, magari ad ascoltatori che hanno sentito vagamente parlare dei fatti ma sono troppo giovani per avervi assistito personalmente. In questo modo l’autore evita la fastidiosa impressione di essere condiscendente verso questo mondo che non è il suo, ma si mimetizza nell’ambiente di cui narra, proponendolo in modo diretto ai lettori, anche se – lo ripeto – la storia non sembra essere scritta per loro, ma per qualcuno che è già pratico di quell’ambiente. La prova viene dalla continua citazione di toponimi che al fruitore dell’opera non dicono nulla e che invece sono dati per scontati, senza che Verga fornisca ulteriori spiegazioni.
  • Prendiamo ad esempio poche righe dall’incipit del capitolo III dei “Malavoglia”: “Dopo la mezzanotte il vento s’era messo a fare il diavolo, come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai fariglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di Sant’Alfio, e il giorno era apparso nero peggio dell’anima di Giuda”. Qui notiamo, ovviamente, il linguaggio colorito e popolaresco (“come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese”) che non è certo quello che lo scrittore userebbe nella conversazione con i suoi pari; ma è significativa anche l’allusione alla fiera di sant’Alfio, proposta come una realtà nota a tutti, ma che invece è familiare solo nel circondario di Aci Trezza, il piccolo paese di pescatori in provincia di Catania in cui è ambientato il racconto.
  • Questo narratore “regredito” ha anche un arcaico sistema di valori che condivide con i suoi compaesani, insieme a non pochi pregiudizi e atteggiamenti superstiziosi. Questo ci porta a parlare dello straniamento rovesciato, quel procedimento particolarissimo che è stato approfondito in particolare da Romano Luperini. Ma spieghiamo innanzi tutto cosa sia lo straniamento in sé e per sé: si tratta di un atteggiamento attraverso il quale lo scrittore – assumendo un tono particolarmente distaccato e analitico – riesce a far apparire “strano” qualcosa che tutti conoscono bene. Un buon esempio si ha nel romanzo di Tolstoj “Resurrezione”, in cui la protagonista, ingiustamente accusata di omicidio, viene condotta in un istituto di detenzione, nel quale convive con molte detenute, alcune delle quali hanno con loro anche dei figli, più o meno piccoli. Ad un certo punto lo scrittore russo comincia a descrivere la celebrazione di una messa cui le prigioniere assistono, e fa ciò ponendosi nelle vesti di un osservatore del tutto estraneo, che registra stupito i minimi particolari del rito (soprattutto al momento della comunione), che appaiono sorprendenti come lo sarebbero per uno straniero proveniente da una terra lontanissima in cui il cristianesimo è del tutto sconosciuto. Tolstoj fa ciò per evidenziare che – in un carcere dove sono detenute donne che hanno spesso subito torti dalla società (quando non addirittura errori giudiziari) – gli ideali evangelici non possono essere fatti rivivere attraverso la riproposizione di riti svuotati del loro reale significato. Dunque lo straniamento si ha quando si giunge a presentare come “strano” qualcosa che i lettori conoscono bene e di cui nessuno si stupirebbe. Ma lo straniamento rovesciato si ha invece quando lo scrittore presenta come normale qualcosa che i lettori non giudicano affatto tale. Un esempio semplicissimo viene da “Rosso Malpelo”, quando da subito viene detto che il giovanissimo protagonista era “cattivo” perché aveva i capelli rossi; non – si badi bene – che i suoi compaesani avevano questo ingiustificato pregiudizio – come avrebbe fatto Manzoni – ma che il piccolo minatore, avendo la capigliatura di quel colore, non poteva che essere di indole malvagia. Quale effetto ottiene in tal modo Verga? Non solo quello di immergerci nell’atmosfera del paese, ma anche quello di farci sentire con forza la durezza dell’ambiente in cui i suoi protagonisti – che sono dei “vinti” sono costretti a vivere e a soccombere, presto o tardi. Queste novità non furono facili da comprendere per i lettori tardo-ottocenteschi dello scrittore siciliano – che non decretò un successo immediato per le sue opere – ma in seguito hanno contribuito al riconoscimento della grandezza di questo autore che – come si è detto – rimane con Manzoni (pur così diverso) il “padre storico” della moderna narrativa italiana.

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Note: a proposito del primo punto, cito alcuni titoli emblematici di opere giovanili verghiane: “Storia di una capinera”, “Eros”, “Tigre reale”. Al quarto punto ho fatto il nome di Milano e Firenze, città particolarmente attente alle novità letterarie dell’epoca, anche perché sede delle principali case editrici. Quanto all’ultimo punto, aggiungo che rientra nell’ambito dello straniamento rovesciato il fatto che – nei “Malavoglia” – i protagonisti, colpiti da tante disgrazie e decisi comunque ad onorare il loro debito con l’usuraio locale- vengano giudicati dai compaesani talvolta come ingenui (“minchioni”) o addirittura come truffatori, mentre il sordido strozzino appare per lo meno ad alcuni come la vittima. Tutto ciò ha anche a che fare col pessimismo di Verga, per cui vale l’antico detto “homo homini lupus” e non esiste solidarietà tra poveri. I guai dei Malavoglia provocano in più d’uno un gretto godimento. Ma non si deve pensare che lo scrittore giudicasse negativamente solo l’animo degli umili. Si ricordi che egli aveva in mente di scrivere un ciclo di romanzi (si fermò al secondo, “Mastro Don Gesualdo), in cui la classe sociale analizzata sarebbe stata sempre più alta: e allora sarebbe emerso il fatto che la spietatezza e il cinismo sono gli stessi a tutti i livelli, anche se le belle maniere e il rispetto ipocrita delle convenzioni mascherano – almeno in parte – questa dura realtà. Si potrebbe citare a tale proposito il bellissimo film di Martin Scorsese “L’età dell’innocenza”, tratto da un romanzo della scrittrice americana Edith Warthon, di poco posteriore a Verga. In tale opera – ambientata nella high society newyorkese di fine Ottocento – il crudele gusto per le sofferenze altrui sia vivissimo, anche se naturalmente la buona educazione fa sembrare i personaggi ben diversi – e migliori, ma solo in apparenza – rispetto ai popolani di Aci Trezza.

Self-portrait_of_Giovanni_Verga

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