Archivio dell'autore: Massimo Ferrari

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Alberto Batisti – “Il tempo e la musica” (lezione 2)

In sette frammenti video, ecco per intero la seconda lezione che il Maestro Alberto Batisti, insigne musicologo, ha tenuto presso il Teatro Politeama di Prato, trattando un argomento complesso e ricchissimo di suggestioni quale quello del rapporto dell’uomo col tempo nella storia della musica. Dopo essere giunto ai due grandi rappresentanti dell’età del classicismo, Mozart e Beethoven, Batisti riparte da Schubert – che peraltro aveva fornito con il suo lied “Gretchen am Spinnrade”, ispirato dal “Faust” goethiano, aveva fornito lo spunto iniziale per l’intero ciclo di conferenze.

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CATERINA BENINCASA, PICCOLA GRANDE DONNA

Nel film “Il settimo sigillo”, capolavoro (uno dei tanti) di Ingmar Bergman e piccola enciclopedia di cultura medievale, spicca tra i comprimari che si affollano intorno al cavaliere Antonius Block – impegnato nella sua memorabile partita a scacchi con la Morte – un uomo mite e gentile, che poco si cura del fatto di essere spesso preso in giro dal prossimo.

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Playlist 3

Dover partire dal Medio Evo non è un limite, ma una grande opportunità per progettare un percorso culturale stimolante che non esclude frequenti incursioni nella modernità.

E dunque, il Medio Evo. Facendo ricorso ad una periodizzazione convenzionale classica, sappiamo bene come tale lunghissima epoca arrivi fino al 1492, anno della scoperta dell’America. Poi abbiamo l’età moderna, fino alla Rivoluzione Francese, ed infine l’età contemporanea, che comprende l’Ottocento, il Novecento, nonché questi anni di inizio millennio che stiamo vivendo.

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Playlist 2

Un percorso in libertà pensato per una classe quinta del Liceo Scientifico.

Partirei con una ricapitolazione di alcuni aspetti relativi soprattutto alle epoche precedenti i due secoli che più ci interessano, ovvero l’Ottocento e il Novecento.

Consideriamo innanzi tutto l’età di mezzo. Facendo ricorso ad una periodizzazione convenzionale classica, sappiamo bene come tale lunghissima epoca arrivi fino al 1492, anno della scoperta dell’America. Poi abbiamo l’età moderna, fino alla Rivoluzione Francese, ed infine l’età contemporanea, che comprende l’Ottocento, il Novecento, nonché questi anni di inizio millennio che stiamo vivendo.

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Si è detto che il Medio Evo sia quell’epoca nella quale l’uomo si sente in tutto e per tutto dipendente da Dio; successivamente, assistiamo a una fase in cui il singolo si rende indipendente dalla divinità; mentre nell’ultima fase a cercare l’emancipazione sono i popoli: sia quelli che subiscono domini da parte di potenze esterne (si pensi all’Italia e al suo Risorgimento), sia quelli che continuano a cercare di reagire all’assolutismo, riaffermatosi almeno in parte dopo la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna.

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Secondo talune tesi, precursori dello spirito di indipendenza tipico dell’età umanistico-rinascimentale e della modernità in genere non mancherebbero già nel tardo Medio Evo. Sono stati fatti i nomi dell’imperatore Federico II (che più di altri suoi predecessori ha effettivamente esaltato la componente laica del suo potere, contrapponendosi in modo deciso al Papato); e poi quello dei due grandi poeti della prima fase della letteratura italiana, Dante e Petrarca. Se quest’ultimo non ci stupisce più di tanto, dal momento che il poeta del “Canzoniere” è spesso citato per la sua modernità (ed anche perché sembra quasi anteporre la donna amata, Laura, a Dio stesso), diverso è il discorso per l’Alighieri. Da una parte sappiamo benissimo che la “Commedia” – con le sue certezze e con la fede profonda che trova in essa espressione – può rappresentare la quintessenza della cultura e dello spirito del Medio Evo; dall’altra però non si può dimenticare che il gigante fiorentino dà costantemente prova, nel suo poema, di una fortissima personalità, e che – a rigore – si sostituisce a Dio stesso nel punire i peccatori e nel premiare coloro che ritiene degni di misericordia e di salvezza.

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Questa tendenza all’autonomia da parte dell’uomo di genio trova piena espressione nell’età dell’Umanesimo e del Rinascimento: obbligatorio citare Machiavelli con la sua nuova visione laica della politica, e poi nell’arte abbiamo Michelangelo, che nella Sistina propone un’operazione non dissimile da quella citata prima a proposito di Dante e della sua “Commedia”: in estrema sintesi fa le veci di Dio stesso, creando, ordinando e giudicando. Non sono affatto necessarie, per questo dichiarazioni di ateismo, anzi queste grandiose realizzazioni sembrano voler contribuire alla “maggior gloria di Dio”, ma non possiamo negare l’importanza che in esse ha l’orgoglio del singolo d’eccezione, che si sente grande per le sue capacità e per l’aura leggendaria che cresce intorno al proprio nome.

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Questa volontà di indipendenza viene confermata pienamente in quell’opera fondamentale che apre il Seicento e la vera e completa modernità che è il dramma “Amleto” di William Shakespeare. Il principe danese – per quello che possiamo ricordare – è il primo personaggio letterario occidentale che si trova a tu per tu con un fantasma e rimane scettico di fronte al messaggio che proviene dall’aldilà: potrà credere, sì, nella denuncia paterna, ma solo se troverà conferme grazie ad una sua indagine personale, condotta all’insegna della razionalità esercitata con freddezza. D’altra parte, non credere senza prove è proprio – secondo Massimo Cacciari, uno dei più prestigiosi intellettuali italiani – l’essenza stessa della predisposizione filosofica della Grecia antica, base del sapere dell’intero Occidente. Si potrebbe obiettare che è Amleto stesso a sminuire tale disciplina in una delle più proverbiali battute del dramma: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia” (There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy”). Ma l’obiezione è facilmente superabile se si pensa che l’insegnamento universitario dell’epoca (che vari giovani personaggi della tragedia hanno ben presente) era in buona parte basato sul cosiddetto “ipse dixit”, che ancora una volta comporterebbe quella rinuncia al libero esercizio dell’intelletto che nella modernità appare invece fondamentale ed insostituibile.

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Passando poi all’Ottocento, e quindi al secolo in cui il bisogno di gloria del singolo si coniuga non di rado con l’aspirazione alla libertà dei popoli, notiamo che nei vv. 155-198 del carme foscoliano “Dei Sepolcri”, il poeta celebra le “itale glorie” in una vaga prospettiva risorgimentale, ma soprattutto con l’amarezza di chi è consapevole della secolare vicenda di decadenza della patria, nello stesso momento in cui è possibile avvertire l’altezza della missione eternatrice che può svolgere chi fa versi secondo l’ispirazione che fu degli antichi Greci.

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Un percorso il libertà, tra letteratura, storia e cinema, per una quarta classe del Liceo Scientifico.

Nell’episodio di Cimosco (canto IX dell’Orlando Furioso), l’Ariosto presenta un cavaliere fellone che è venuto in possesso di un archibugio di cui si serve per avere facilmente la meglio sugli avversari. Ma non ha fatto i conti con Orlando, che lo sconfigge comunque e che getta l’arma in alto mare, ritenendola un’invenzione diabolica.

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MASSIMO SALVADORI: LE RADICI MALATE DEL LIBERALISMO ITALIANO

Non molti giorni fa – sempre qui su “Punto cultura” – abbiamo analizzato un articolo di Piero Ostellino da cui emergeva un’interessante definizione della democrazia liberale di stampo anglosassone, intesa dal noto giornalista come il regime politico in cui nessuno pretende di detenere una verità assoluta che si identifichi con un’ideologia. Ci si affida piuttosto al concetto di mercato, che viene definito come “la libertà dei cittadini, produttori e consumatori di ricchezza, di perseguire autonomamente i propri interessi. I cittadini (ovvero il mercato) creano inconsapevolmente il bene comune, e i politici – tenendo conto di tali indicazioni – potranno agire in maniera senz’altro perfettibile, ma senza comunque compiere errori irrimediabili (o almeno, riducendo di molto tale possibilità).

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CHARLOTTE, L’INFINITO IN UN MARE D’ERICA

«Io non sono come te. Se tu conoscessi i miei pensieri, i sogni che mi assorbono, e la sfrenata immaginazione che a tratti mi divora e fa sì che io trovi qualsiasi compagnia miserabilmente insipida, avresti compassione di me e, non esito a dirlo, mi disprezzeresti. Conosco i tesori della Bibbia, li amo e li adoro. Posso vedere il Pozzo della vita in tutta la sua limpidezza e in tutto il suo fulgore. Ma quando mi chino a bere le sue pure acque, esse si ritraggono dalle mie labbra come se io fossi Tantalo».

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GIOIE E DOLORI A DORTMUND

L’8 novembre del 2014 esce sulla “Gazzetta dello Sport” un articolo firmato da Elmar Bergonzini, nel quale si prende in esame la non facile situazione vissuta in quel periodo da una delle più conosciute e apprezzate squadre tedesche, il Borussia di Dortmund. I gialloneri erano reduci da un quadriennio ricco di soddisfazioni, con due campionati vinti e due secondi posti (sempre dietro il titolatissimo Bayern Monaco, che aveva strappato loro anche la vittoria finale in Champions League nel 2013).

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DEMOCRAZIE LIBERALI E SOCIALISMO REALE

Rileggo un articolo di Piero Ostellino pubblicato sul “Corriere della Sera” del 29 novembre 2011. In tempi di poco successivi alla caduta del governo di Silvio Berlusconi e alla conseguente nomina di Mario Monti alla Presidenza del Consiglio, il noto giornalista analizza la situazione, partendo dalla definizione del ruolo dei tecnici in una democrazia liberale, che di fatto viene identificata con gli Stati Uniti d’America.

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