Archivio della categoria: Materiale didattico

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CATERINA BENINCASA, PICCOLA GRANDE DONNA

Nel film “Il settimo sigillo”, capolavoro (uno dei tanti) di Ingmar Bergman e piccola enciclopedia di cultura medievale, spicca tra i comprimari che si affollano intorno al cavaliere Antonius Block – impegnato nella sua memorabile partita a scacchi con la Morte – un uomo mite e gentile, che poco si cura del fatto di essere spesso preso in giro dal prossimo.

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Playlist 3

Dover partire dal Medio Evo non è un limite, ma una grande opportunità per progettare un percorso culturale stimolante che non esclude frequenti incursioni nella modernità.

E dunque, il Medio Evo. Facendo ricorso ad una periodizzazione convenzionale classica, sappiamo bene come tale lunghissima epoca arrivi fino al 1492, anno della scoperta dell’America. Poi abbiamo l’età moderna, fino alla Rivoluzione Francese, ed infine l’età contemporanea, che comprende l’Ottocento, il Novecento, nonché questi anni di inizio millennio che stiamo vivendo.

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Playlist 2

Un percorso in libertà pensato per una classe quinta del Liceo Scientifico.

Partirei con una ricapitolazione di alcuni aspetti relativi soprattutto alle epoche precedenti i due secoli che più ci interessano, ovvero l’Ottocento e il Novecento.

Consideriamo innanzi tutto l’età di mezzo. Facendo ricorso ad una periodizzazione convenzionale classica, sappiamo bene come tale lunghissima epoca arrivi fino al 1492, anno della scoperta dell’America. Poi abbiamo l’età moderna, fino alla Rivoluzione Francese, ed infine l’età contemporanea, che comprende l’Ottocento, il Novecento, nonché questi anni di inizio millennio che stiamo vivendo.

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Si è detto che il Medio Evo sia quell’epoca nella quale l’uomo si sente in tutto e per tutto dipendente da Dio; successivamente, assistiamo a una fase in cui il singolo si rende indipendente dalla divinità; mentre nell’ultima fase a cercare l’emancipazione sono i popoli: sia quelli che subiscono domini da parte di potenze esterne (si pensi all’Italia e al suo Risorgimento), sia quelli che continuano a cercare di reagire all’assolutismo, riaffermatosi almeno in parte dopo la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna.

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Secondo talune tesi, precursori dello spirito di indipendenza tipico dell’età umanistico-rinascimentale e della modernità in genere non mancherebbero già nel tardo Medio Evo. Sono stati fatti i nomi dell’imperatore Federico II (che più di altri suoi predecessori ha effettivamente esaltato la componente laica del suo potere, contrapponendosi in modo deciso al Papato); e poi quello dei due grandi poeti della prima fase della letteratura italiana, Dante e Petrarca. Se quest’ultimo non ci stupisce più di tanto, dal momento che il poeta del “Canzoniere” è spesso citato per la sua modernità (ed anche perché sembra quasi anteporre la donna amata, Laura, a Dio stesso), diverso è il discorso per l’Alighieri. Da una parte sappiamo benissimo che la “Commedia” – con le sue certezze e con la fede profonda che trova in essa espressione – può rappresentare la quintessenza della cultura e dello spirito del Medio Evo; dall’altra però non si può dimenticare che il gigante fiorentino dà costantemente prova, nel suo poema, di una fortissima personalità, e che – a rigore – si sostituisce a Dio stesso nel punire i peccatori e nel premiare coloro che ritiene degni di misericordia e di salvezza.

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Questa tendenza all’autonomia da parte dell’uomo di genio trova piena espressione nell’età dell’Umanesimo e del Rinascimento: obbligatorio citare Machiavelli con la sua nuova visione laica della politica, e poi nell’arte abbiamo Michelangelo, che nella Sistina propone un’operazione non dissimile da quella citata prima a proposito di Dante e della sua “Commedia”: in estrema sintesi fa le veci di Dio stesso, creando, ordinando e giudicando. Non sono affatto necessarie, per questo dichiarazioni di ateismo, anzi queste grandiose realizzazioni sembrano voler contribuire alla “maggior gloria di Dio”, ma non possiamo negare l’importanza che in esse ha l’orgoglio del singolo d’eccezione, che si sente grande per le sue capacità e per l’aura leggendaria che cresce intorno al proprio nome.

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Questa volontà di indipendenza viene confermata pienamente in quell’opera fondamentale che apre il Seicento e la vera e completa modernità che è il dramma “Amleto” di William Shakespeare. Il principe danese – per quello che possiamo ricordare – è il primo personaggio letterario occidentale che si trova a tu per tu con un fantasma e rimane scettico di fronte al messaggio che proviene dall’aldilà: potrà credere, sì, nella denuncia paterna, ma solo se troverà conferme grazie ad una sua indagine personale, condotta all’insegna della razionalità esercitata con freddezza. D’altra parte, non credere senza prove è proprio – secondo Massimo Cacciari, uno dei più prestigiosi intellettuali italiani – l’essenza stessa della predisposizione filosofica della Grecia antica, base del sapere dell’intero Occidente. Si potrebbe obiettare che è Amleto stesso a sminuire tale disciplina in una delle più proverbiali battute del dramma: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia” (There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy”). Ma l’obiezione è facilmente superabile se si pensa che l’insegnamento universitario dell’epoca (che vari giovani personaggi della tragedia hanno ben presente) era in buona parte basato sul cosiddetto “ipse dixit”, che ancora una volta comporterebbe quella rinuncia al libero esercizio dell’intelletto che nella modernità appare invece fondamentale ed insostituibile.

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Passando poi all’Ottocento, e quindi al secolo in cui il bisogno di gloria del singolo si coniuga non di rado con l’aspirazione alla libertà dei popoli, notiamo che nei vv. 155-198 del carme foscoliano “Dei Sepolcri”, il poeta celebra le “itale glorie” in una vaga prospettiva risorgimentale, ma soprattutto con l’amarezza di chi è consapevole della secolare vicenda di decadenza della patria, nello stesso momento in cui è possibile avvertire l’altezza della missione eternatrice che può svolgere chi fa versi secondo l’ispirazione che fu degli antichi Greci.

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Un percorso il libertà, tra letteratura, storia e cinema, per una quarta classe del Liceo Scientifico.

Nell’episodio di Cimosco (canto IX dell’Orlando Furioso), l’Ariosto presenta un cavaliere fellone che è venuto in possesso di un archibugio di cui si serve per avere facilmente la meglio sugli avversari. Ma non ha fatto i conti con Orlando, che lo sconfigge comunque e che getta l’arma in alto mare, ritenendola un’invenzione diabolica.

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APPUNTI LETTERARI: GLI ITALIANI TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

Mi è venuto in mente, nei miei quotidiani dialoghi con le classi, che potrebbe essere utile fornire un elenco dei principali autori – gli “imprescindibili” – i cui nomi gli studenti che affrontano l’ultimo anno di liceo dovrebbero avere innanzi tutto familiari, sapendoli collocare in modo almeno accettabile nella giusta successione cronologica. Il resto – una sinteticissima definizione della loro personalità, la scelta, talvolta scontata, in altri casi forse sorprendente, di un unico testo di riferimento per ognuno di loro, le immagini, i filmati – è venuto come per gioco, ed ha finito per divertirmi molto. Ecco il risultato, in cui forse qualcuno un minuscolo contributo potrà trovare.

(N.B.: l’immagine “di copertina” che ho scelto per questo contributo è tratto da una scena del film che Franco Zeffirelli ricavò – piuttosto fedelmente – dall’Amleto shakespeariano. Si riferisce ad un momento in cui il principe danese – interpretato da Mel Gibson – comincia a fingere la pazzia assumendo strambi atteggiamenti in biblioteca, sapendosi osservato da Polonio; in  particolare, appollaiato su di un alto scaffale, legge avidamente un libro da cui però strappa le pagine una ad una dopo che ha terminato di scorrerle. Al pedante consigliere che gli chiede cosa stia leggendo, Amleto risponde: “Parole, parole, parole”. Questo momento del capolavoro mi è sempre sembrato emblematico, o addirittura profetico del disagio dell’uomo moderno che non trova più risposte e certezze nell’auctoritas dei libri, come poteva accadere in epoche precedenti. D’altra parte, i due secoli che tocco in questo mio elenco rappresentano momenti di crescente diffusione del dubbio e del disorientamento, e Montale forse non parlava solo per se stesso quando scrisse: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe…”).

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DA TIBERIO GRACCO AD AZIO, UN SECOLO DI RIVOLUZIONE ROMANA

Può essere utile, a livello didattico, disporre di uno schema cronologico relativo ai fatti che portarono Roma, in poco più di un secolo, al passaggio dalla repubblica al principato. Andiamo infatti dalla distruzione di Cartagine nella III guerra punica, alla vittoria definitiva di Ottaviano contro Antonio nel 31 avanti Cristo. E’ il grande storiografo Tacito, nel proemio delle Historiae, a sottolineare l’importanza di quest’ultima data come discrimine tra un’epoca di disordini sì, ma anche di orgoglioso esercizio della libertà, ad un’altra in cui si delega il potere ad un solo uomo in cambio di una speranza di pace (con un conseguente scadimento, tra l’altro, del livello nei campi della storiografia e dell’oratoria).

“postquam bellatum apud Actium atque omnem potentiam ad unum conferri pacis interfuit, magna illa ingenia cessere.”

La definizione di “rivoluzione romana” per indicare questo complesso di avvenimenti è entrata nell’uso comune in seguito alla pubblicazione del saggio “The Roman Revolution” (1939) del grande studioso di storia romana Ronald Syme, neozelandese di nascita ma di scuola britannica. L’espressione “marcia su Roma”, che ricorre in questi appunti, fa naturalmente pensare agli eventi che portarono al conferimento dell’incarico di governo a Benito Mussolini negli ultimi mesi del 1922, ma è stata adottata anche dagli storici dell’antica Roma, e tra gli altri anche da Luciano Canfora in un suo saggio del 2007. Ecco dunque il susseguirsi delle vicende:

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