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SACCHI E IL CALCIO: UN GIOCO DA NON PRENDERE ALLA LEGGERA

Il 24 agosto del 2013, alla vigilia dell’inizio del nuovo campionato, Arrigo Sacchi, dalle pagine della “Gazzetta dello Sport”, formula alcuni giudizi di carattere tecnico su quello che ritiene essere l’approccio tattico più diffuso nella serie A italiana (1).

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Il famoso “mister” di Fusignano accusa innanzi tutto coloro che – i più, anche ai massimi livelli – non privilegiano la ricerca del gioco di squadra, preferendo invece affidarsi all’individualità di spicco, nella quale si spera per la soluzione delle situazioni, d’attacco in primis, ma anche di difesa. Non si tiene conto del fatto che da una valida organizzazione di gioco scaturiscono anche possibilità di miglioramento o di valorizzazione dei giocatori nonché dell’intero team, in termini di tecnica e di fantasia. Lo dimostra il caso di Leo Messi, fuoriclasse di valore assoluto, che però diventa risolutivo nel suo club – il Barcellona – mentre diversi risultano gli esiti delle sue presenze nella nazionale argentina, specie negli appuntamenti decisivi (2).

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La superficialità dell’ambiente italiano fa sì che si dia più importante al fattore emotivo-caratteriale che all’elaborazione di una precisa strategia di gioco. Antonio Conte viene esaltato soprattutto per le sue doti nel motivare i giocatori, mentre in realtà ha idee tattiche originali che esaltano il valore degli atleti a sua disposizione (3).

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I giornali guardano agli acquisti bianconeri, ma ciò che conta è saper scegliere calciatori che abbiano una funzionalità globale e che abbiano le caratteristiche per inserirsi nel progetto del tecnico. Sacchi esprime n giudizio positivo sulla Fiorentina di Montella, e ritiene che Mario Gomez potrà essere definito un buon acquisto se saprà innestarsi in questo contesto. Non negativo è il parere sul Milan, sempre però nel caso che rieca il piano di Massimiliano Allegri, non per meriti esclusivi dei singoli. Per il Napoli, non mancano parole di lode per Benitez e per Higuain, ma quest’ultimo viene ritenuto uno specialista del gol, mentre Cavani – ceduto al PSG – è un vero calciatore totale.

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Un po’ scettico appare Sacchi sulla Roma, per via di problemi di cassa che non sembrano consentire alla società la prosecuzione del progetto inizialmente intrapreso dalla nuova dirigenza americana.

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Arrigo Sacchi non si sbilancia troppo sull’altro club capitolino, ma dei biancazzurri apprezza il tentativo di far quadrare i conti e la figura dell’allenatore Petkovic. Passando all’Inter, Mazzarri viene ritenuto fautore di un calcio all’italiana ma modernizzato; sa scegliere i giocatori, è concreto, non senza qualche incertezza o imperfezione di gioco, ma ha sempre conseguito validi risultati (4). La conclusione dell’articolo è comunque pessimistica: il tecnico che fu capace di arricchire la bacheca rossonera con molti e prestigiosi trofei ritiene che il calcio italiano continuerà a improvvisare, non curerà i bilanci e non saprà valorizzare i giovani talenti che pure ci sono, come testimoniano i risultati delle rappresentative Under 17 e Under 21. I risultati della nazionale maggiore al Mondiale brasiliano del 2014 sembrano aver poi dato ragione a Sacchi.

NOTE

(1). Il campionato, come si ricorderà fu poi vinto dalla Juventus, con un bilancio assolutamente eccezionale: ben 102 punti, 19 successi interni su 19 e 33 vittorie su 38 partite complessive.

(2). L’argomentazione di Sacchi su Messi è senz’altro indiscutibile, ancorché ovvia. C’è da dire che averla espressa in largo anticipo rispetto al Mondiale 2014 e alla Copa America 2015, competizioni nelle quali il fenomeno del Barcellona avrebbe potuto dare di più alla propria nazionale, torna a merito dell’ex allenatore milanista.

(3). Il campionato di cui trattiamo in questa sede fu l’ultimo di Conte alla Juventus. Come tutti sanno il tecnico salentino è stato poi sostituito da Allegri (esonerato dal Milan nella stagione 2013-2014). Entrambi gli allenatori vengono inseriti da Sacchi nel ristretto novero di quanti in Italia sanno progettare un calcio moderno ed efficace; rimane la perplessità circa l’apporto dei singoli di valore, che la società bianconera ha messo abbondantemente a disposizione dei tecnici. Peraltro è vero che – come dice Sacchi – calciatori che altrove sembrano aver ormai dato il meglio delle loro potenzialità, possono essere nuovamente valorizzati come in una seconda giovinezza laddove un modulo ben congegnato li mette in grado di brillare in tutta la loro classe. Pensiamo a Pirlo, ed anche a Tevez.

(4). Non molto corretta sembra essere stata la previsione di Sacchi sulla Roma, giunta seconda e capace di un record di 10 vittorie nelle prime 10 partite che non è certo piccolo merito per l’allenatore Rudi Garcia, per nulla citato nell’articolo. Anche nel caso di Petkovic (esonerato) Sacchi non pare averci visto giusto. Diversi i casi invece di Benitez e Montella, classificatisi rispettivamente al terzo e quarto posto con le loro squadre al termine del torneo. L’ex attaccante campano si è poi brillantemente confermato nel campionato 2014-2015, risultando uno dei giovani tecnici più degni di stima (salvo poi rimanere senza panchina dopo una serie di polemiche con la società viola circa la sua riconferma). Moderatamente positiva – e dunque in linea con i giudizi di Sacchi – la stagione dell’Inter di Mazzarri.

Un pensiero su “SACCHI E IL CALCIO: UN GIOCO DA NON PRENDERE ALLA LEGGERA

  1. Duccio

    Massimo non avevo letto questo bellissimo articolo, davvero illuminante: sono completamente d’accordo sia sul fatto che il calcio italiano pensi a difendere e non ad organizzare un gioco piacevole e d’attacco, per pigrizia, per paura d’innovare, per poca personalità nel gestire l’ambiente; la conferma invece alla teoria di Sacchi sull’importanza di un gioco collettivo, dove l’individuo sia subordinato al gruppo e che quindi in un team unito in cui ognuno sia funzionale al progetto anche i migliori rendano meglio è la verità: il caso di Messi ne è la dimostrazione palese e forse dovrebbe essere uno stimolo a ripensare il calcio come gioco di squadra sempre e comunque e non dare eccessiva importanza al campione di turno, che da solo non farebbe mai nulla! Questa è la linea interpretativa, che però deve contemplare qualche eccezione, diciamo così, per non diventare troppo rigida e quindi non funzionale; mi spiego meglio ognuno deve avere la propria importanza nella squadra, fatto basilare ed imprescindibile, ma ogni squadra troverà il suo equilibrio che sarà di quella squadra e basta: questo deve prevedere che all’interno di un sistema di collaborazione il più talentuoso o i più talentuosi devono poter essere utilizzati per far esaltare il proprio talento, senza che questo li esimi da compiti meno nobili ( copertura degli spazi) o da essere sostituito in più di una partita ( elemento imprescindibile per l’equilibrio del gruppo a meno che non si volglia ricorrere al metro augusteo del “primus inter pares” con cui si era saggiamente autodefinito il primo princeps di Roma con uno scopo opposto a quello citato, cioè di apparire allo stesso livello delle altre cariche della Repubblica, ma al contrario di essere superiore ad esse ( appunto regime di principato)

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